Pioli è il Rangnick del Milan

INTRODUZIONE 

L’anno passato c’è stato il traumatico divorzio tra Gattuso ed il Milan. La dirigenza rossonera decise di provare a cambiare impostazione, ingaggiando un tecnico che la critica ritiene essere uno dei portatori del “bel gioco”: Marco Giampaolo. Le cose non andarono bene ed il tempo, che pure era stato promesso all’ex allenatore della Sampdoria, non venne accordato, con conseguente licenziamento. Alla guida del Milan venne chiamato Stefano Pioli. Un allenatore che non appartiene ad alcuna “parrocchia” filosofico-stilistica. Un allenatore che, fin dai suoi esordi, ha sempre parlato di se stesso come di un “tecnico che allena i suoi calciatori sui concetti, più che sugli schemi”. Cosa vuol dire questa auto descrizione? Un po’ tutto ed un po’ niente. Di certo tutto è fuorché una dichiarazione di neutralità. Non è la frase che direbbe un “equilibratore” o “normalizzatore”, come spesso è stato definito l’allenatore parmigiano. Se si allena sui “concetti”, vuol dire che quei concetti ci sono e sono fissi, si portano come un bagaglio con sé e si cerca di instillarli nella testa dei giocatori che, di volta in volta, ci si trova ad allenare. Si potrebbe anche, volendo, dare un’interpretazione un po’ libera: sostenere che Pioli voglia dire che non è un allenatore di quelli che pensano che dare dei movimenti sempre precisi e sincronici, da far provare e riprovare in allenamento, non sia la strada giusta e che invece per lui sia fondamentale trasfondere alcuni principi di gioco che sono imprescindibili per lui e poi lavorarci su, lasciando però grande libertà di manovra e decisionale ai calciatori. Il tutto adattando le proprie idee base alle caratteristiche medie dei propri giocatori. In effetti è vero che Pioli, nel corso della sua carriera, ha fatto spesso di necessità virtù, costruendo formazioni che giocavano in modo diametralmente opposto l’una dall’altra. Ed è vero anche che nessuna delle sue squadre ha mai espresso un tipo di calcio “filosofico”. Le sue squadre sembrano sempre prendere un pochino qui ed un pochino lì. Non sono mai squadre rinunciatarie ma nemmeno squadre che facciano del predominio territoriale una delle proprie caratteristiche principali. Sono tendenzialmente squadre che si adattano all’avversario. Se questo gioca in modo molto abbottonato, allora prendono in mano l’iniziativa, sempre attraverso un tipo di strategia offensiva che non si può riconoscere in un calcio fatto di possesso o di iper-aggressività, e se invece affrontano una squadra che ama tenere in pugno le redini del gioco, non si fa problemi a giocare di rimessa, lasciando il pallino in mano agli avversari e cercando di ripartire. Ricordiamo questo atteggiamento nel suo Chievo, nel suo Parma, nel suo Bologna, nella sua Fiorentina e persino nella sua Lazio, che pure è stata, fino al Milan attuale, la sua squadra più personale. Erano squadre camaleontiche, capaci di aggiustare le proprie caratteristiche in base alla partita che andavano ad affrontare. Perfino le caratteristiche dei calciatori a disposizione non incidevano molto. Al Milan stesso, Pioli è sembrato ricalcare le orme della sua precedente esperienza milanese: quella sulla panchina dell’Inter. In quel caso, pur cosciente del fatto che stava guidando una grande storica del calcio italiano, Pioli non modificò il suo modo di lavorare. Lo staff era sempre lo stesso. Il tipo di interpretazione delle gare pure. Non si fa niente basandosi su dogmi. Quando si deve attaccare lo si fa, così come quando ci si deve difendere. La partita è fatta di momenti ed a noi non interessa dominarla per 90′, bensì solo di cogliere i momenti propizi e saperci difendere in quelli in cui il nostro avversario ci prenderà d’assalto. Se troveremo una squadra che si chiuderà ed aspetterà, non ci faremo prendere dalla smania di dover segnare a tutti i costi e non ci scomporremo. Giocheremo secondo le nostre qualità. Tutto questo fino a quando i mass-media hanno cominciato a parlare di Ralf Rangnick, come probabile prima e quasi certo poi, nuovo plenipotenziario dell’area tecnica rossonera. 

È STATO TUTTO UN CASO? 

Il Milan, già dall’estate precedente, aveva intrapreso un cammino diverso, volto al ringiovanimento dell’organico, diventato nell’arco di una sessione di calcio mercato, uno dei più giovani dell’intero panorama europeo. Una decisione quella, che era sembrata abbastanza antitetica rispetto alla scelta di puntare su Giampaolo, mai particolarmente incline a lanciare giovanissimi. Eppure questo era accaduto. Il Milan aveva preso tanti giocatori sotto i 23 anni ed era diventata una formazione dall’età media bassissima. Un po’ come, proprio a Pioli, era successo nella sua parentesi alla Fiorentina. Ora, è arcinoto che Rangnick sia un allenatore a cui piaccia tantissimo lavorare su un gruppo giovane. Per motivi molto logici e funzionali al suo calcio. Intanto il tedesco è un tecnico che chiede tanto, tantissimo, in termini di dispendio energetico. Il suo è un calcio che si basa su una riaggressione alta della palla persa. Ma è pure un calcio che non sfrutta l’arma del fraseggio stretto per la prima impostazione. Il suo gioco si basa su passaggi dal tragitto medio-lungo, anche nella prima costruzione, anzichè su linee medio-corte. Un calcio che non disdegna le corse. Un calcio nel quale i ritmi sono sempre alti e non si rallenta quasi mai. Un calcio che spesso la butta su un atletismo esasperato. Un calcio nel quale il ricorso alla giocata lunga, con conseguente corsa in avanti, in blocco, di tutta la squadra, per andare ad avventarsi sulle seconde palle, non è visto come un ripiego ma, al contrario, come una risorsa ed un’arma studiata. Per fare in modo che, quando la punta (che deve essere per forza di cose atleticamente prestante) avrà spizzato o magari addomesticato il pallone, non si ritrovi isolata e lontana dal resto della squadra, bisognerà che i compagni di seconda e terza linea accorcino sugli attaccanti nel modo più veloce possibile. Stessa cosa per vincere il rimpallo o per prepararsi a pressare altissimo, nel caso in cui il duello fosse stato vinto dai difensori avversari. Così, male che vada, il pallone sarà molto su in ogni caso e se si dovrà cercare di riconquistarlo, lo si farà in una zona di pericolo per i nostri avversari. Il pressing delle squadre allenate da Rangnick è asfissiante. La riaggressione feroce. I duelli sono intensi. Non sono squadre che si difendono, anzi. Ti attaccano ed aggrediscono, cercando di accorciare. Accorciare è la parola d’ordine. Accorciare sui compagni, per essere pronti a sostegno e garantirgli linee di passaggio pulite; accorciare sugli avversari, per non consentirgli di respirare e di giocare in libertà e serenità ed infine accorciare il campo ed i tempi di gioco. La tattica è quella di giocare sul campo corto. Si aggredisce alto, così da riconquistare il pallone più vicino possibile. In modo da giocare su 30/40 metri. Quello è il campo su cui vogliono far giocare l’avversario. Poi certo, c’è la soluzione lunga. In quel caso l’attacco è basato sì sul raggio di 60/70 metri, oppure su una distanza di una trentina di metri, se si va sulla giocata profonda rasoterra ad imbucare. Però quello che è importante è accorciare la durata dell’azione di transizione. Le transizioni di Rangnick non sono quasi mai elaborate. Si basano su una prima uscita profonda oppure, in caso di pressing fatto sul corto e mal portato sulla media-distanza, sul passaggio su uno dei centrocampisti centrali, che vengono attivati in fase di prima impostazione solo per smistare il gioco su una delle due corsie esterne oppure per andare subito in verticale, alla ricerca di uno degli attaccanti. Se invece si va sulla giocata lunga, ecco che anche i due centrali di centrocampo, saliranno anche loro ad accorciare. Non sono mai transizioni basate su 10 o 15 passaggi o più. Si svolgono sempre su un massimo di 4/5 giocate, se non meno. Poi ci sono le opzioni di corsa. Quante volte ricordiamo l’azione basata su un passaggio diretto verso un compagno (poteva essere un esterno difensivo o un centrocampista come Naby Keita o Forsberg) che poi portava palla fino alla trequarti avversaria? Per effettuare questo tipo di calcio occorrono giocatori dalle grandi doti atletiche e possibilmente giovani, perchè i recuperi sono molto importanti, e più si va avanti con l’età più difficile diventa riprendere fiato dopo una serie di corse, scatti e duelli. Un altro dogma del calcio di Rangnick, pure questo legato al concetto di accorciare, nel senso di tenere le linee racchiuse in poche decine di metri, è il ricorso all’elastico difensivo ed al fuorigioco. L’elastico consiste nella capacità della linea di saper cambiare atteggiamento e passare da una corsa in avanti sulla palla coperta a una corsa verso la propria porta, sia per tentare il fuorigioco che, semplicemente, per andare in aggressione e scappare indietro nel caso in cui una giocata avversaria singola o collettiva “scopra” il pallone e la linea arretrata venga quindi obbligata a correre verso la propria porta e viceversa. Anzi il principio dell’elastico nasce proprio da questa idea: fingere di essere pronti a rinculare per coprire un’eventuale giocata alle spalle della linea ed invece poi fiondarsi in avanti per mettere in fuorigioco gli attaccanti più avanzati e magari andare a mettere sotto pressione il portatore di palla. Quel tipo di calcio, una sorta di versione antesignana del “gegen pressing”, ovviamente richiede forza, velocità, capacità di recupero e potenza esplosiva. Tutte qualità che un atleta giovane sarà in grado di garantire molto più di quanto non potrebbe riuscire ad uno avanti con l’età. Quindi, in sostanza la dirigenza rossonera aveva già preparato il terreno per il lavoro di un allenatore come Rangnick, pur avendo affidato il periodo di “semina” ad uno come Giampaolo, che non era davvero l’uomo adatto allo scopo. E, dopo l’inizio pessimo del tecnico abruzzese, aveva deciso di affidare il compito a Pioli, il quale aveva cominciato il lavoro in modo tradizionale, secondo le sue precedenti esperienze. Quindi la domanda è legittima: qual era il progetto dei dirigenti milanisti? È stato solo casuale che il grosso dell’organico sembrava fatto apposta per consentire ad allenatore come Rangnick di svolgere il suo lavoro al meglio? E ancora, quando si parlava di un possibile approdo del tecnico teutonico, perchè l’acquisto di Ibrahimovic, chiaramente un uomo anti-Rangnick per eccellenza? Come si può vedere, tutto sembra un antitesi di ciò che si riteneva fatto e pensato seguendo una logica. In tutto questo, qual è stato il comportamento di Pioli? 

METAMORFOSI 

Già, Pioli… È passato dall’essere il vecchio se stesso a diventare una sorta di Rangnick 2.0 versione italiana. Il Milan è ora una squadra che, per più di qualche tratto, ha molto in comune con le squadre di Rangnick. Il Milan attacca sul campo lungo, con la soluzione per Ibrahimovic, ma attacca anche sul campo corto, quando va ad aggredire alto sull’inizio azione avversaria; il Milan gioca molto anche sulle corse. Quanti palloni vengono lavorati in transizione con una semplice corsa palla al piede di Hernandez? Le transizioni sono brevi e veloci. Non c’è palleggio. Il gioco si sviluppa attraverso trame lineari e molto dirette. Kessie può essere il Keita di Lipsia, ovviamente meno dotato sul piano tecnico e della velocità d’esecuzione. Però è l’uomo che va da un’area all’altra. Bennacer è passato dall’essere un regista compassato che doveva smistare ed organizzare il gioco ragionato e manovrato di Giampaolo all’essere un altro incursore di qualità e dinamismo. Così come Calhanoglu è un po’ il Sabitzer di Pioli e Rebic può essere accostato a Forsberg. L’uso degli esterni d’attacco è infatti simile a quello che veniva fatto dall’ex tecnico dello Schalke. Poi ci sono, ovviamente, delle differenze. Più corse esterne e sovrapposizioni sulle catene laterali. Meno pressing esasperato e meno ricorso al fuorigioco. Si difende correndo in avanti ma con meno assolutismo. I ritmi si abbassano ogni tanto, sebbene non sia mai il possesso palla ragionato e fraseggiato la cifra filosofica prescelta per rifiatare e non andare sempre a duecento all’ora. Il Milan gioca sull’atletismo e sulle corse e sulla velocità d’esecuzione. Pioli ha tratteggiato un nuovo “se stesso”, trasformandosi in una versione italiana, riveduta e corretta, di Rangnick. Il suo Milan viene ad aggredire sulla pressione al primo portatore, prendendo gli avversari uomo su uomo, accorciando il campo e cercando di attaccare sui 30 metri, anziché sui 90. E quando si trova compresso nel proprio terzo difensivo, ricorre all’arma tattica della palla “sopra”, a cercare di sollecitare Ibrahimovic. Oppure fa correre Theo e Leao. Una metamorfosi da parte del tecnico emiliano che adotta ora “concetti”(per usare un termine a lui caro) mai sfruttati prima. E questo cambio di “pelle” è avvenuto proprio viaggiando sui binari che fanno parte delle soluzioni da sempre feticcio del calcio di Rangnick. Non casualmente a mio avviso. Perché, ad esempio, l’aggressione alta, sin dalla prima giocata avversaria in costruzione dal basso, si può attuare anche come fa Bordalas, col suo Getafe. Si va anche lì uomo contro uomo, per accorciare il campo; si va in riaggressione e si gioca su linee dirette e su ritmi e tempi di gioco sincopati. Però si accompagna in modo diverso. Con meno uomini. Ci si scopre di meno. Ci si difende con scivolature che talvolta portano il 5° difensore ad allinearsi. Cosa che il Milan fa davvero poco. Proprio come usava fare Rangnick. 

CONCLUSIONE 

Non sapremo mai quali fossero le intenzioni di Maldini, Boban e Gazidis nel momento in cui hanno deciso di costruire la rosa del Milan nel modo in cui l’hanno fatto. Non sapremo mai se nelle loro teste c‘era già l’idea di un approdo di Rangnick o meno. Se Pioli abbia pensato: “volete quel tipo di calcio? Posso farlo io!”. Quello che è certo è che il Milan sembra aver trovato la via per una rinascita grazie a queste scelte, che pure inizialmente erano state contestate dalla tifoseria e dalla critica di settore, a dimostrazione di come, tante volte, certi giudizi sommari lascino il tempo che trovano… Non sapremo mai se questa resurrezione rossonera sia stato il frutto di una programmazione geniale o se, per una sorta di serendipità, le cose siano andate bene, grazie anche ad un corposo aiuto della buona sorte. Non sappiamo se e quanto durerà questo momento d’oro. Intanto prendiamo atto della camaleontica mutazione di Pioli che non si è limitato ad espandere i concetti a cui poteva aver già fatto ricorso o magari anche a mutuarne qualcuno di simile. No, si è messo a proporre un tipo di calcio che non aveva mai fatto vedere. Se i dirigenti rossoneri avranno fatto bene ad andare avanti con la “copia” di quel calcio o se invece avrebbero comunque fatto meglio a prendere l’originale, solo il tempo potrà dircelo. Ma una cosa possiamo già affermarla con sicurezza e cioè che il Milan è tornato a fare paura alle rivali come non succedeva da parecchi anni.

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