Non esistono allenatori “belgiochisti”

PREMESSA 

Nel mondo del calcio, magari non tanto tra addetti ai lavori ma più tra i giornalisti, si discute da sempre su questioni che, di reale e di concreto, hanno poco o niente. C’è sempre la tendenza a dividere e catalogare ed incasellare le persone, i giocatori, i presidenti, le tifoserie e, naturalmente, gli allenatori. Già, le divisioni… le diatribe. Alcune di esse sono a dir poco surreali per l’assoluta mancanza di significato. Mi riferisco a quella annosa tra “risultatisti” e “giochisti”. Ora, prendiamo queste definizioni ed analizziamole. Cosa significa “risultatista”? Uno che cerca il risultato? Ma vorrei sapere quale allenatore non lo faccia! E “giochista”, chi è costui? Uno che adotta un tipo di gioco specifico, presumo. Ed anche lì, chi è che non lo fa, tra gli allenatori? Tutti, più o meno, hanno una proposta. Quindi come si potrebbe riformulare quella divisione? In chi privilegia il gioco al risultato? Ma non esiste nemmeno un allenatore al mondo che, nella partita singola, non preferisca vincere anzichè offrire un calcio di un certo tipo, che magari incarni la sua proposta ideale. Quella proposta ideale è semplicemente il mezzo con cui ogni allenatore pensa che sia più facile ottenere i risultati. Tutto qui. Le divisioni non esistono, da quel punto di vista. E se per “giochisti” i giornalisti identificano quegli allenatori che sono alla ricerca del “bel gioco”, la disputa è ancora più insensata. Perchè nessuno ha come principio base l’estetica fine a sè stessa. Qui non si è ad un concorso di bellezza. No, il calcio è fatto di trofei, competizioni, coppe, campionati ed il fine ultimo, per qualsiasi allenatore, è sempre quello di cercare di raggiungere gli obiettivi che si hanno. Possano essere la salvezza, una qualificazione ad una coppa, una promozione, o un campionato. Quindi per riassumere tutti gli allenatori, nessuno escluso, inseguono il “risultato”. Il “gioco” è solo la via per raggiungere quell’obiettivo. E questo vale per tutti. Chiunque intraprenda una strada, chiunque semini in un certo modo, ha come obiettivo ultimo il vincere le partite. Ma ci sono tanti modi per farlo. E per vincere non puoi difenderti e basta. Devi segnare. Così come in certi momenti proprio la necessità di dover segnare da parte del nostro avversario ci costringerà a doverci difendere. E quindi ogni allenatore sa che dovrà lavorare sulla fase difensiva e su quella offensiva. Ogni allenatore sa che dovrà fare i conti con le qualità dei calciatori a sua disposizione e dovrà tenere conto anche delle debolezze e delle lacune che ognuno di quei calciatori ha. Sa che dovrà fronteggiare tanti avversari lungo il cammino. Quindi ogni allenatore sa che ha bisogno di un piano di lavoro strutturato. Ed ogni allenatore sa che, alla fine di ogni competizione, vincerà solo una squadra. Il che significa che, tutti gli altri, avranno avuto torto. Qualsiasi fosse la loro proposta. Per questo ogni allenatore sa che deve avere una proposta forte, convincente, per poter sconfiggere gli avversari. È qui che nascono le (parziali) dicotomie e divisioni. Nella via che ogni allenatore decide di intraprendere sulla strada dell’obiettivo che si è posto all’inizio della stagione. È qui che nascono le differenti filosofie di gioco. 

DIVERGENZE TRA PRINCIPI TATTICI 

Posto il fatto che, per vincere nel calcio, bisogna segnare almeno un gol, come possiamo pensare ad una squadra che non contempli anche una fase offensiva? E posto anche il fatto che si deve cercare di impedire ai nostri avversari di segnare quando saranno loro in cerca di quel famigerato ed indispensabile gol, come si può credere che non si contempli una fase difensiva? È il bilanciamento tra queste due necessità che fa la differenza tra due filosofie di gioco. Chi è più attento a non lasciare spazi vitali all’avversario tende a non portare troppi uomini avanti. Magari spera di organizzare le sue giocate offensive con meno uomini, affidandosi più alle qualità dei singoli o allo sfruttamento di eventuali sbilanciamenti degli avversari per segnare. Il primo dogma per questo tipo di allenatore è non prendere gol, non scoprirsi mai e non concedere alla squadra avversaria il beneficio di agire indisturbata. Quelli che invece hanno come primo obiettivo quello di segnare e che, dopo aver realizzato un gol, ne vogliono subito segnare un altro, cercheranno di escogitare tutte le soluzioni possibili ed immaginabili per mettere in difficoltà i sistemi difensivi delle altre squadre. Può bastare questa spiegazione semplice semplice a classificare ed incasellare in due diverse filosofie di gioco i vari allenatori? E non esistono vie di mezzo? Tutti gli allenatori risponderebbero di sì, a questa domanda. Ma in realtà non è così. Le divergenze ci sono eccome. Così come ci sono dei punti di contatto. Quante volte abbiamo visto allenatori che venivano definiti come “catenacciari” dover riversare, in momenti di necessità assoluta, tanti giocatori nell’area avversaria? Magari finendo col perdere quegli equilibri a cui non avrebbero mai rinunciato in via teorica. E così quante volte ci è capitato di vedere una squadra allenata da un tecnico cosiddetto “offensivista” doversi difendere erigendo barricate e magari spazzando anche qualche pallone in tribuna? Cosa sta, realmente, alla base delle similarità e delle differenze tra opposte filosofie di gioco? Ora cercheremo di capirlo meglio, andando nello specifico.

Partiamo dal presupposto che ogni allenatore è il frutto di tante cose. Se è stato un calciatore, avrà sicuramente immagazzinato tutte quelle cose che ha visto, a prescindere dal livello che ha raggiunto. Avrà certamente incamerato nozioni, elaborato concetti, metodologie e parole, discorsi e mille altre cose. Se non lo è stato, avrà studiato tanto, probabilmente di più di chi ha trascorso anni sui campi in qualità di giocatore, e questi ultimi, una volta smesso, avranno cominciato a studiare pure loro, se già non lo facevano prima. Ora noi non discuteremo sulle differenze che passano tra chi ha un passato da calciatore chi non ce l’ha. O magari ce l’ha da calciatore di basso livello oppure di alto. Quello è il tema di un altro approfondimento che farò. Mettiamo tutti gli allenatori sullo stesso piano adesso. Ma ricordiamoci che, tutto ciò che hanno vissuto, nell’ambito calcistico e non, e tutto ciò che hanno visto, studiato o sperimentato, farà parte del loro bagaglio. Ma è un dato di fatto, che come ci sono persone diverse, medici diversi, insegnanti diversi e via dicendo, ci sono anche allenatori diversi. Il carattere, le esperienze accumulate, l’indole e la mentalità, i convincimenti di ciascuno di essi saranno i fattori che lo porteranno a sposare una filosofia invece di un’altra. E da quella filosofia dipenderà tutto ciò che starà alla base del loro lavoro. La loro metodologia di allenamento. Quella didattica. Le scelte a livello comunicativo nei confronti della squadra nella sua interezza e dei singoli giocatori nello specifico. Il tipo di rapporti che andrà a costruire. Il linguaggio che userà. Tutto. Noi però, ripetiamo, qui cercheremo di analizzare le differenti proposte a livello di gioco. E cercheremo di determinare quali siano le principali differenze tra loro. Bisogna tenere presente che il calcio si è molto modificato nel corso degli anni. È uno sport in cui le metodologie e l’approccio al lavoro sono in continua evoluzione e ciò che soltanto pochi anni fa appariva come all’avanguardia, adesso spesso può essere considerato come superato. Quindi lo studio e la voglia di capire, ampliare i propri orizzonti cognitivi e le proprie conoscenze è di fondamentale importanza. Ora proveremo a vedere come alcuni aspetti del gioco siano mutati e come, con essi, sia cambiato l’approccio metodologico al gioco stesso. 

TENDENZE CULTURALI SI RIFLETTONO SUL LAVORO 

Spesso il modo in cui vengono trattati certi dettami tattici fa ritenere alcuni di essi semplici “vezzi” o “ricercatezze” od “orpelli inutili”. Sembra quasi che alcuni allenatori vi facciano ricorso perchè vogliono dimostrare qualcosa o per ostentare una diversità e stabilire un punto di rottura con dei dogmi stilistici retaggio del passato, o come segno di discontinuità con una tradizione pre costituita. Ovviamente non possiamo discutere che, in certi casi, questa cosa possa essere accaduta; però pensiamo che sia molto più semplice credere che invece, quelle scelte, siano fatte in base alla filosofia di gioco che si è abbracciata, che si segue e che si riflette in ogni aspetto del modus operandi di questo o quell’allenatore. Almeno nella maggior parte dei casi. E qui torniamo al punto da cui siamo partiti: qualunque scelta strategica o tattica venga fatta da un allenatore è sempre dovuta alla consapevolezza (magari infondata) che quella decisione porterà ad avere maggiori possibilità di vittoria. Da lì non si scappa. Non esiste che un allenatore faccia una scelta per dimostrare di avere ragione. O perchè vuole comprovare un postulato. Ogni scelta tattica e quindi di gioco è sempre figlia di una necessità. Si adotta perchè si pensa che possa comportare un vantaggio. Facciamo qualche esempio concreto: uscita in costruzione dal basso.

Negli ultimi anni, si è consolidata una nuova maniera di iniziare l’azione dopo una rimessa dal fondo o anche solo quando si riconquista palla nei pressi della propria area di rigore. Laddove, fino a qualche anno fa, si vedevano i portieri calciare il più lontano possibile sui rinvii dal fondo, oppure i difensori cercare subito una verticalizzazione se si riconquistava palla nella zona difensiva, talvolta anche a costo di buttarla in tribuna, ora si vedono 2 difensori che si affiancano al portiere per battere il rinvio ed avviare l’azione o addirittura ricominciare indietro, magari proprio dal portiere stesso, invece di giocare in avanti. Quante volte si è sentito, in telecronaca, l’ex calciatore di turno, magari dopo che una di queste costruzioni o uscite dal basso (tra poco vedremo le differenze tra le due cose) hanno comportato un qualche rischio o addirittura portato ad una segnatura avversaria, dire: “non capisco perché debbano sempre essere così estremisti ed irremovibili nel tentativo di giocare sempre la palla dal basso. Qualche volta si può anche spazzare via. Non è un disonore”? Ecco, questo tipo di “mentalità” è figlia di una filosofia che per anni è stata l’unica possibile, insegnata e tramandata ai giocatori italiani. Pensare che non si butti via il pallone perché farlo viene considerato disonorevole e non perchè invece significherebbe rinunciare a dei vantaggi che si acquisiscono attraverso quella giocata, è tipico di chi ha dovuto, giocoforza, interfacciarsi con una mentalità retrograda e limitata, che ha prodotto sì delle cose buone, ma anche radicato delle convinzioni, eretto dei muri “ideologici”, che sono diventati ostacoli insormontabili nel tempo, per noi, per i nostri giocatori, per le nostre squadre e per il nostro movimento. Entriamo nel dettaglio: intanto la differenza tra “costruzione dal basso” ed “uscita”. La costruzione è quella appunto che si fa, ad ogni inizio-azione. Si gioca palla al compagno vicino, anziché rilanciare. L’uscita è invece quando, per un qualsivoglia motivo, ci troviamo a dover giocare nel nostro ultimo terzo difensivo (ovvero la porzione di campo in cui sono comprese la nostra porta, la nostra area di rigore ed i 10-15 metri subito al di fuori di essa, in una suddivisione ideale del campo in 3 zone) sotto pressione avversaria, ed invece di buttare palla il più lontano possibile cerchiamo di uscire da quella pressione attraverso una serie di passaggi corti e comunque cercando di non buttare via il pallone, comunque vada, al solo scopo di evitare guai. Qual è il vantaggio di queste scelte? Intanto si fa per cercare di invitare i nostri avversari a pressarci. Quindi non dovrebbe spaventarci il fatto di vederceli arrivare incontro. Anzi, quello è uno degli scopi che stavamo cercando di ottenere. Stessa cosa vale per l’uscita. Se ci vengono a pressare alto, per avere qualche possibilità di prendere il pallone, dovranno quantomeno cercare di aggredirci diciamo in parità numerica. Quindi se noi stiamo costruendo con 4, 5 o 6 uomini, loro, per avere una chance di riconquistare il possesso, dovranno salire almeno in 5 e dovranno farlo in modo coordinato ed organizzato. E se supereremo quella pressione avremo molto campo da poter sfruttare (e si parla di 80/90 metri circa) in una situazione di 5 vs 5 o 5 vs 6. Vi pare un piccolo vantaggio? Ancora, quanto può essere anche propedeutica una scelta “filosofica” di questo tipo? Se noi, sotto pressione (ma anche senza essere sotto pressione), giochiamo palla ad una distanza di 50/60/70 metri su un compagno lontano e solo, magari marcato, di quanto aumentiamo il coefficiente di difficoltà del passaggio e, di conseguenza, la possibilità di perdere quel possesso? Il ché significa anche, chiaramente, che ognuno di quei palloni buttati è un possesso in più regalato ai nostri avversari. Mentre se giochiamo palla a media-corta distanza, diciamo 10 metri, magari accompagnando il portatore con altri giocatori in zona palla e quindi offrendogli 2/3/4 diverse linee di passaggio, di quanto aumentiamo le nostre possibilità di riuscita di quel passaggio? Quindi abbiamo le differenze di “pensiero” tra: una manovra che si basi su giocate a raggio medio-lungo che comporta di non avere tanti compagni vicini al giocatore cui quel passaggio lungo è indirizzato, previo il rischio di avere una squadra spaccata in due tronconi e con distanze siderali tra i vari giocatori e le varie linee, con la difficoltà di “accompagnare” quell’azione e sostanzialmente dando vita ad una serie di duelli e costringendo il nostro attaccante-ricevente a dover addomesticare un pallone più scomodo e doverlo trattenere per qualche istante per consentire ai compagni di accorciare su di lui e dargli più opzioni di giocata; ed un’altra manovra che si basa su giocate medio corte che ci consente di avere sempre tanti uomini in zona-palla (il ché ci dà un ulteriore vantaggio, nel caso in cui dovessimo perdere il possesso, di poter riaggredire con più giocatori per una riconquista immediata), che ci permette di avere più opzioni di passaggio, di muovere il pallone per tratti più brevi ma anche più velocemente e con minori difficoltà, e quindi minore possibilità di errore, accompagnando l’azione con tanti uomini vicini e potendo creare movimenti senza palla meno prevedibili. Le stesse condizioni di vantaggio che ci dà un gioco basato sul possesso, rispetto ad un gioco basato su attesa e ripartenza. Tattica che, peraltro, si può adottare anche attraverso una manovra basata sul gioco corto. Inoltre ci consente di sfruttare il campo nella sua interezza e non di dividerlo in macro porzioni ignorandone delle altre e giocando per evitare quelle zone di “scarso” interesse. È vero, il pallone forse ci metterà qualche frazione di secondo in più per arrivare di là (neanche tanto poi, in certi casi), ma ci arriverà con minori rischi e “scortato” da tanti nostri uomini che, per logica, dovranno essere avvicinati o seguiti da degli avversari, con la possibilità quindi di poterli sbilanciare, disorientare e stancare. Non è una scelta ed una differenza filosofica questa?

Oppure parliamo del pressing o della riaggressione della palla persa. Intanto impariamo a distinguere anche questi due momenti. La pressione viene fatta quando l’avversario comincia l’azione e può essere limitata alla pressione sulla prima giocata oppure può essere iniziata dopo che l’avversario ha superato una prima linea di difesa posizionale, od ancora si può adottare a tutto campo, sistematicamente. Ovviamente non si può pressare per tutta la durata dell’incontro, quindi i tempi di pressione, alternati a quelli di attesa in difesa di posizione, dovranno essere selezionati e capiti e faranno parte del bagaglio di conoscenze della squadra stessa. L’importante è ricordarsi che la pressione, come tutte le armi tattiche, è un’azione collettiva e va quindi effettuata in modo coordinato ed organizzato. La riaggressione invece è una cosa diversa. Si può farla anche se non si è una squadra che pressa a tutto campo o in modo particolarmente assiduo, benchè sia logicamente un’arma adottata più spesso da squadre aggressive. In cosa consiste? Semplicemente in un’altra distinzione filosofica: quando perdiamo il pallone, invece di correre subito all’indietro, in difesa della nostra porta o anche solo rimetterci in ordine, in un assetto base che adottiamo per difenderci di posizione, corriamo tutti in avanti, attaccando proprio il pallone appena perso, prendendolo come punto di riferimento e cercando di riconquistarlo il prima possibile. Cosa otteniamo con questo tipo di approccio tattico? Intanto, accorciamo il campo in avanti. Difendiamo (solitamente) in avanti e soprattutto difendiamo in maniera “attiva”, “aggressiva” e non sottomessa. Si può dire che attacchiamo pur senza avere il possesso del pallone. Capite bene che anche questo è un distinguo filosofico. Si potrà obiettare che, se entrambe le squadre fanno questo tipo di scelta, qual è il vantaggio? Cioè, se abbiamo stabilito che, una volta superata una linea di pressione, ci troviamo davanti un campo largo, con una situazione di parità o solo leggero svantaggio numerico, come ovvieremo a quello svantaggio qualora fosse la nostra linea di pressione ad essere elusa e saltata? Beh, ovviamente ogni arma tattica può essere sfruttata meglio ed in modo più estremo e radicale e quello dev’essere l’obiettivo quando affrontiamo una squadra che ha il nostro stesso approccio filosofico. Inoltre, ma questo lo vedremo quando andremo nel dettaglio dell’organizzazione di armi tattiche, in un altro approfondimento, ci sono dei metodi per ovviare a queste armi ed usarle in modo leggermente diverso e magari più efficace. Ma la realtà è che spesso le squadre hanno magari la stessa filosofia ma con un livello di conoscenze ed apprendimento diverso. Con alcune differenze di impostazione, di proposta e di convinzione nel modo in cui si attuano determinati principi di gioco. Un approccio schematico o basato su giocate preparate ed assimilate anche e soprattutto negli ultimi 30 metri, può essere un altro modo di abbracciare differenti filosofie. Anche su questo e cioè lo sfruttamento dei giochi d’attacco concertati nell’ultimo terzo offensivo, faremo un approfondimento. Così come parleremo anche di tecnici nello specifico. Allenatori che si possono accostare a queste due diverse forme di espressione calcistica. Così come parleremo anche di chi fa un calcio basato, prevalentemente, sulle corse. O magari anche di chi fa un misto fra due o tutte e tre queste componenti. Quello che ci interessava qui era cercare di dimostrare come l’unica vera divisione tra “scuole di pensiero” di allenatori sia quella della filosofia di gioco. 

CONCLUSIONI 

Ciò che abbiamo cercato di stabilire è un principio che in molti cercano di nascondere o fanno finta di ignorare, cercando magari di focalizzare l’attenzione su tematiche molto meno pertinenti o addirittura inesistenti, come quella tra “risultatisti” e “giochisti”. Oppure anche mistificando la realtà e facendo passare il lavoro di chi va alla ricerca di un modo che sia il più conveniente, sicuro e logico per condurre la propria squadra alla vittoria, in un semplice capriccio stilistico. Ogni allenatore ha solo voglia di raggiungere il risultato che si è prefissato, il mezzo con cui farlo è solo un binario. Una strada. Si può scegliere se prendere quella più lunga del lavoro duro, dell’attenzione ai minimi dettagli, oppure quella che si basa sulla forza fisica o sulle qualità dei giocatori o su un compromesso tra queste vie. Il tutto è, appunto, un discorso di approccio al gioco basato su diverse “filosofie”.

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