Il calcio non è una cosa semplice

PREMESSA

Sono ormai anni che la comunità calcistica (addetti ai lavori, tifosi, semplici appassionati) si interroga su un annoso dilemma: è più importante avere calciatori forti in squadra o un gioco collaudato ed efficace? È più incidente un giocatore che definiamo un “fuoriclasse”, che è in grado di rompere qualsiasi schema e determinare un risultato attraverso una sua giocata, oppure una manovra organizzata e pronta a sopperire alle eventuali giornate “no” del campione in questione? Cercherò di dare una risposta a questi quesiti, sempre ricordando a tutti che è impossibile stabilire con certezza assoluta un’unica verità, in un contesto così ampio com’è quello di questo sport meraviglioso. 

DOVE STA LA VERITÀ? 

Non nascondo che un’ennesima spinta a trattare questo tema, così articolato, mi è stata data dalla famosa querelle Allegri/Adani, col primo (allenatore di successo e vincente se ce n’è uno) convinto che il calcio sia una cosa semplicissima e che i “professorini” o teorici degli schemi facciano di tutto per impoverirlo o ridurlo ad una serie di concetti freddi e lontani dalla pratica, ed il secondo (ex calciatore ed opinionista web e tv) che invece pensa che una squadra non possa prescindere da un’organizzazione tattica di prim’ordine. Analizziamo le cose con calma e lucidità.

Intanto partiamo da un presupposto: io parlo per ciò che ho vissuto nella mia esperienza di calciatore professionista (prevalentemente in settori giovanili di squadre di Serie A e B). Io ero un calciatore che si basava molto sull’estro, sulla tecnica, sulla creatività e sulla fantasia. Ho sempre avuto (mi dicevano almeno, bontà loro, gli allenatori che ho avuto) una naturale inclinazione al gesto tecnico. Il controllo di palla, la conduzione o “macinazione” come la chiamavano loro, naturale, con il pallone sempre incollato ai piedi, alla giusta distanza di corsa, senza guardarlo ossessivamente ma tenendo la testa alta. Se guardavo un “trick” lo sapevo ripetere subito e me ne inventavo di altri. Non ho mai avuto un grande fisico e, pur essendo dotato di ottima resistenza e di un buono scatto sul corto, non avevo certo nella fisicità e nella velocità di base i miei punti forti. Ricordo che quando cominciai (nei settori giovanili di squadre locali, dilettantistiche) a metà anni ’90, c’era ancora tanta cura della tecnica individuale di tutti i bambini, ovviamente con maggiore attenzione per quelli che magari mostravano doti naturali. Ricordo di quanto fosse importante la capacità di saper trattare il pallone, gestirlo, toccarlo e controllarlo, passarlo, insomma averci confidenza, e di come i nostri allenatori insistessero molto sui percorsi, sul provare e riprovare i gesti tecnici fino alla nausea. A me quegli esercizi venivano naturali ed adoravo rifarli e magari eseguirli in modo che li rendesse più complicati ma, al contempo, funzionali all’esecuzione ed all’utilizzo che ne avrei potuto fare in partita. Addirittura mi inventai un percorso che completavo sul terrazzo, passando attraverso stendini, antenna parabolica ed altri oggetti e che dovevo effettuare palleggiando, senza mai far cadere il pallone e nel più breve tempo possibile. Altri compagni magari soffrivano perchè a loro non venivano quegli esercizi e dovevano ripeterli tante volte e senza successo. Tutto ciò che a loro interessava era la partitella finale. Ero forse, già allora, un piccolo allenatore in pectore? Non lo so. Non ho (ancora) mai allenato in vita mia e quindi chi sono io per poter confutare un numero uno assoluto come Massimiliano Allegri? Gli dò pienamente ragione quando dice che ai ragazzini di oggi (e purtroppo questo processo è iniziato già da parecchio tempo a questa parte) bisognerebbe insegnare, principalmente, la tecnica. Ad avere confidenza con il pallone, a saperlo addomesticare, trattare e passare in ogni situazione. Troppo spesso vediamo invece ormai tanti ragazzini che vengono presi perchè sono alti o grossi. Ma questo non è basket! Non è rugby! Guardiamo ai settori giovanili francesi e spagnoli: lì la parte tecnica è fondamentale. Così nascono gli Aouar, gli Adli e tanti altri. Poi hanno anche talenti prettamente atletici, come Cornet o Mendy. Ma anche quelli cercano di portarli ad un livello tecnico che, seppur non eccelso (certe doti le hai o non le hai), sia almeno decente e soprattutto funzionale al loro impiego in partita. Le qualità innate sono innegabili. Io non avrei mai potuto percorrere la fascia 40 volte per tempo ad una velocità media di 25 kmh. La mia velocità massima sulla progressione era sui 27/28kmh. Così come se avessimo fatto fare magari ad un Cornet uno slalom tra i conetti, non sarebbe andato mai veloce quanto me o un Aouar. Noi non avremmo mai saltato quanto può saltare un Upamecano o un Koundè o tenere la posizione come fa Koulibaly. Però ci si può migliorare. Qui in Italia, purtroppo, da un certo punto in avanti, si è cominciato a privilegiare l’aspetto puramente fisico, con la ricerca di un atletismo esasperato che non ha portato alcun beneficio. Quando si affacciava un ragazzino dotato di qualità tecniche appena passabili e che, solo una decina d’anni prima, sarebbe stato probabilmente declassato a giocare nelle formazioni B, si gridava al miracolo. Ciò è stato causato da un calo netto di ragazzi interessati e quindi selezionabili. Ci si è dovuti accontentare di ciò che passava il convento. Questo potrebbe essere magari l’argomento per un altro dibattito, ora cercherò di non divagare. Torniamo ad Allegri: siamo d’accordo che la tecnica vada privilegiata quando i bambini si avvicinano al calcio; però qui non stiamo più parlando di bambini o ragazzini tra i quali magari 2 o 3 potranno emergere in mezzo a 200, qui stiamo parlando dei massimi livelli professionistici. Possiamo quindi concordare anche sull’altro teorema di Allegri e cioè che il calcio è semplice? Qui, pur essendo io un illustre Signor Nessuno, mi sento di andare controcorrente e dire che Allegri si sbaglia. Il calcio è tutto fuorchè semplice. Ed ora proverò a dimostrarlo. 

LA TATTICA: INUTILE DISTRUTTRICE DELLA CREATIVITÀ DEI GIOCATORI O ARMA ESSENZIALE PER ESALTARNE LE DOTI? 

Nella famosa discussione mediatica tra Allegri ed Adani, l’allora allenatore della Juventus sosteneva che i giocatori non sono tutti uguali e che sono loro a farti vincere le partite; che gli schemi non servono e che nella pallacanestro, ad esempio, puoi avere tutti gli schemi che ti pare ma poi, quando mancano 5″ al termine del possesso, la maggior parte delle volte, il pallone viene dato al più bravo che deve tirare e fare la differenza. Adani rispose allora che bisognava convocare Paratici e chiedergli spiegazioni sul perchè avesse speso 100 milioni per comprare Ronaldo e non molti meno per assicurarsi Tadic e oltre 40 per comprare Cancelo e non pochi milioni per prendere Veldtman. È tutto così semplice (o dovremmo dire semplicistico) in un caso come nell’altro? È stata la qualità dei giocatori a determinare un risultato o la bravura degli allenatori o entrambe le cose? Facciamo un paragone per come io, ex calciatore di estro e fantasia e quindi più incline, teoricamente, a pensare che fossimo noi giocatori a determinare tutto, intendo il calcio: pensiamo a dover affrontare un guerriero, un soldato addestrato, armato fino ai denti e che conosce tutte le tecniche di combattimento. Allenato strategicamente, fisicamente e mentalmente. Cosa dovremmo fare noi? Andare allo sbaraglio senza conoscere niente del nostro avversario e delle tecniche di lotta, disarmati e confidenti solo nelle nostre “doti naturali”, magari affinate con un po’ di allenamento, ma senza alcuna strategia o arma? Oppure prepararci scrupolosamente, studiando ogni punto debole del nostro “nemico”, essendo preparati a qualsiasi tipo di battaglia o guerra? E supponiamo che noi affrontiamo tutta questa preparazione meticolosa e dettagliata, siamo perfettamente addestrati e però scivoliamo e battiamo la testa e veniamo sconfitti: quell’evento accidentale e fortuito dovrebbe significare che tutto il lavoro svolto in precedenza è stato inutile? O dovremmo invece ritenere che, se non ci fossimo preparati con minuziosa attenzione ai dettagli, saremmo stati invece annientati senza neanche avere la speranza di poter sconfiggere il nostro avversario? lo penso che, grazie a quella preparazione, ci siamo messi nella condizione di avere una grande possibilità di batterci col nostro opponente al massimo delle nostre forze. Alla pari. Penso che, magari, se anche capitasse quell’evento sfortunato, potremmo risollevarci e vincere lo scontro, nonostante tutto. Penso che andremmo più sicuri o preparati a qualsiasi eventualità alla battaglia. Come se andassimo preparati bene ad un esame, anzichè affidarci, unicamente, alla nostra intelligenza ed alle nostre capacità intuitive, magari affinate con una scorsa sommaria ai libri di testo; se ci immaginassimo le domande che il professore potrebbe chiederci, se riuscissimo ad ipotizzare il modo in cui l’esame in questione potrebbe svolgersi, avremmo molte possibilità in più di superarlo quell’esame. Anche perchè la battaglia non consta solo di quell’unico momento in cui magari noi scivoliamo e battiamo il capo, bensì di tanti altri momenti. Così come l’esame non sarà composto da quell’unica domanda cui, forse, saremmo in grado di rispondere grazie alla nostra intuitività ed alla nostra arguzia. E facciamo attenzione: qui stiamo parlando di un confronto 1 vs 1. 

IL CALCIO È UNA COSA SEMPLICE?

Abbiamo quindi stabilito che: 1) il calcio è uno sport che per essere giocato ai massimi livelli necessita di capacità tecniche, atletiche, di conoscenze individuali e mentali di prima categoria; 2) essere preparati ad ogni eventualità è un aiuto; 3) per essere ben preparati non basta affinare e perfezionare le nostre qualità naturali ma occorre ampliare il raggio e lo spettro delle nostre conoscenze, riempire il bagaglio del nostro apprendimento e studiare a fondo il nostro avversario e cercare di imparare a sfruttare i suoi punti deboli. Ora proviamo a pensare queste cose ed a moltiplicarle per 11, perchè in tanti si gioca una partita di calcio. Anzi, moltiplichiamo il tutto per 22, perchè dobbiamo anche pensare ai nostri avversari. E poi, ragioniamo anche sul fatto che noi 11 formiamo una squadra ed i nostri 11 avversari ne formano un’altra. Quindi ecco che ci sono tutte quelle variabili che abbiamo analizzato precedentemente e che vanno applicate su 21 altri individui, che pensano, ragionano, agiscono e reagiscono. In modi differenti, singolarmente e magari anche complessivamente. Come si fa a dire che il calcio è una cosa semplice? Come si può, ragionevolmente, sostenere la tesi secondo cui è il singolo campione a decidere le partite? E non starò qui ad elencare la possibilità che il suddetto campione o fuoriclasse sia infortunato o in giornata no o sia solo sfortunato e magari, pur dando il meglio di sè, non riesca ad incidere o che, anche riuscendo a farlo, i nostri avversari riescano a neutralizzarlo o a pareggiare una sua prodezza eventuale. No, io vi esorto a pensare ad una partita che magari viene vinta, che ne so, al 75′ su una giocata singola del nostro campione. Come si fa a pensare che quella giocata non sia stata magari favorita da una serie di movimenti dei compagni? Come si fa a credere che non sia stata determinata anche dalla sicurezza derivatagli e datagli dalla consapevolezza che i suoi compagni sanno cosa fare per metterlo nelle migliori condizioni per poter incidere, che lo sappiano supportare ed aiutare? La partita che si decide solo sul piano del punteggio in un singolo minuto, in realtà non si gioca solo in quel minuto. Ce ne sono stati altri 89′ di minuti, nei quali magari si è stroncata ogni azione avversaria e sventato ogni pericolo; minuti nei quali si è stancata e sfiancata l’altra squadra, attraverso il pressing o facendola correre dietro al nostro possesso palla; la si è messa sotto pressione, anche a livello mentale, sottoponendola a delle difficoltà e facendola infine collassare. Io personalmente amavo tentare le giocate, l’uno contro uno, provare a creare scompiglio. Però per fare quelle cose avevo bisogno di compagni che mi garantissero sostegni, appoggi ed aiuti, che mi fornissero linee di passaggio pulite per scaricare palla nel caso in cui la giocata non me la sentissi così sicura o comunque per portarmi via avversari, farli muovere, disunire e distrarli. Cosi come io potevo avere una grande visione di gioco ma per metterla a frutto avevo bisogno di compagni che si muovessero bene intorno a me. E la mia capacità di lettura e di trovarmi spazi vitali e “zone-luce” da attaccare veniva esaltata dalla consapevolezza che i miei compagni sapessero come, quando e dove mettere il pallone, perché avevamo dei movimenti programmati, ai quali poi non necessariamente si doveva per forza di cose fare ricorso. Così come io avevo la certezza di sapere che, se avessi messo il pallone in un determinato posto, avrei trovato un compagno in corsa ad andarlo ad occupare, quel punto del campo. Queste sono le sicurezze date dall’organizzazione e dalla conoscenza, Così lo studio dell’avversario ci dava sicurezze. Sapere che i nostri avversari facevano fatica nell’assorbire ad esempio una triangolazione stretta, ci dava una coperta di Linus cui poterci aggrappare. O meglio ancora, una soluzione da provare. E così tutte le altre. Ignorare queste cose è da pazzi, nel calcio iperprofessionistico. Non è come andare a giocare ai giardinetti con gli amici. Lì uno o due più bravi possono fare tutta la differenza del mondo. No, qui stiamo parlando di un contesto nel quale, il più delle volte, i nostri avversari ci equivalgono, più o meno. E quindi si partirà alla pari e bisogna fare in modo che tutte le possibili armi che possono darci un vantaggio siano affilate e che noi sappiamo quando e come usarle. Bisogna metterci in condizione di poter sfruttare qualunque vantaggio, anche il più infinitesimale. Il sapere che noi abbiamo conoscenze che i nostri avversari non hanno o hanno in misura minore ci caricherà e ci renderà più forti in campo, ci darà sicurezze e ci farà essere più impermeabili ad eventi imprevisti. Perchè poi potrà anche capitare che, a causa di un ciuffo d’erba o una deviazione o un rimpallo, perderemo una partita malgrado tutte le nostre conoscenze ed il nostro arsenale potenziale; però se noi non avessimo quel bagaglio di nozioni, avremmo perso ancor prima di scendere in campo. Altrochè solo per un evento fortuito contrario… 

CONCLUSIONI 

Un po’ come nel dibattito tra “giochisti” e “risultatisti”, che è il più stupido ed insignificante fra tutti i presunti “dilemmi” del calcio in quanto le due cose, per quanto in molti facciano finta di non comprenderlo, sono strettamente correlate, qui abbiamo una verità e cioè che, essendo il calcio uno sport di squadra con interazioni continue tra compagni e contrapposizioni con gli avversari, uno sport in cui una partita dura 90′ e le situazioni sono mutevoli e soggette ad infinite variabili, talvolta prevedibili o intuibili ma anche completamente impazzite in altri casi, il lavorare quotidianamente per ottenere un’organizzazione ed una serie di conoscenze non solo porta dei vantaggi sicuri ma è indispensabile e fondamentale per creare i presupposti per il successo nel lungo periodo. La riprova potrebbe essere data da molti casi del passato. Ne prenderò uno come esempio. Nella stagione 2018/2019 il Tottenham di Pochettino era partito tra mille polemiche, in quanto la proprietà aveva detto che non avrebbe speso soldi per acquistare nuovi calciatori e che avrebbero conservato l’ossatura dell’annata precedente. In molti quindi diedero per scontato che gli Spurs avrebbero fatto peggio degli anni precedenti. Invece fecero molto meglio, sia a livello di proposta che di risultati. Perchè il fatto di aver mantenuto lo stesso gruppo per qualche anno di fila aveva dato la possibilità a Pochettino di lavorare sui cicli di lavoro tattico, di implementare le integrazioni, ed ai giocatori di conoscersi ancora meglio e conoscere i contenuti della proposta e poterli sviluppare alla perfezione. Semmai faremo un discorso su cosa siano, come si sviluppino e come si elaborino i cicli di lavoro tattico e su come si arrivi, col tempo e nel tempo, ad aggiungere le integrazioni, un’altra volta. Però il senso è che una rosa, pur non essendo stata variata minimamente rispetto agli anni precedenti ed anzi, avendo tutti i componenti un anno in più, non solo non era diventata più debole ma, al contrario, era diventata molto più forte e performante. Quando poi hanno potuto spendere tanti soldi e fare nuovi acquisti, ecco che si sono indeboliti, perchè hanno dovuto trovare nuovi equilibri, adattarsi a nuove caratteristiche e quindi modificare molti elementi consolidati nel loro modo di stare in campo, trovare nuovi sviluppi e nuove proiezioni che andassero a sostituire o integrare quelle già consolidate nel tempo e pure cercare di instillare nei nuovi arrivati quei princìpi tattici che erano invece ormai assodati, per i calciatori che già facevano parte da anni del gruppo di lavoro. E questo ha comportato un regresso malgrado l’acquisizione di giocatori di valore, che ha condotto ad un peggioramento della qualità della proposta prima e dei risultati, come logica conseguenza. Peggioramento che è culminato con l’esonero di Pochettino. Questa è l’ennesima dimostrazione che il calcio è uno sport nel quale il lavoro sul campo non è solo importante o essenziale ma è l’unica maniera, l’unica via percorribile per poter creare una squadra completa e forte in ogni situazione, in grado di fronteggiare qualsiasi avversario in tutte le condizioni ed essendo pronta a tutte le eventuali circostanze che si verrà a trovare di fronte. È la riprova che il calcio è uno sport di squadra nel quale tutte le componenti hanno un’importanza enorme e di eguale valore e che, in virtù di tutti questi dati di fatto, tutto è fuorchè una cosa semplice, con buona pace di chi, magari furbescamente, cerca di far credere il contrario.

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