La crisi del calcio italiano (PARTE 1)

PREMESSA

La recente eliminazione di tutte le squadre italiane dall’edizione della Champions League attualmente in corso, con annessa anche quella di tutte le partecipanti all’Europa League ad eccezione dell’AS Roma, mi ha fatto molto riflettere e preoccupare circa la situazione odierna del movimento calcistico professionistico italiano. È una crisi che va avanti ormai da tanti anni, anche se quasi tutti gli addetti ai lavori, siano essi allenatori, dirigenti, calciatori o esponenti dei mass media, sembrano far finta che questa crisi non ci sia. Ogni anno, puntualmente, al momento in cui si verifica l’ennesima ecatombe delle nostre rappresentanti in Europa, si fanno i soliti pianti, le solite lamentele, per un paio di giorni e poi, immancabilmente, arriva il primo esponente di una delle categorie succitate che se ne esce con la frase ormai storica: ”Macchè crisi! Il calcio italiano è sempre all’avanguardia ed il nostro movimento non ha nulla da invidiare a quelli degli altri paesi di punta”.

Quante volte è successo? Quante volte ci è capitato di vedere minimizzata la fuoriuscita in blocco delle nostre formazioni? E dopo il primo, che faceva da rompighiaccio, arrivavano sempre anche gli altri, in fila, a rassicurarci che non eravamo in crisi e che, anche quella volta, si era trattato solo di mera sfortuna, di una serie di coincidenze avverse.

È successo anche quest’anno. Nel momento in cui scrivo, solo la Roma è ancora in grado di difendere il nostro paese a livello europeo. La Roma, guarda caso, l’unica squadra tra tutte le partecipanti italiane ad essersi affidata ad un allenatore straniero. Con una società straniera alle spalle ormai già da parecchi anni, sebbene si siano avvicendate due differenti proprietà. Eppure, proprio quell’allenatore (Paulo Fonseca, portoghese) è costantemente bersagliato da critica e tifosi. Gli si rimprovera di non capire il “calcio italiano”, di non dare grinta, di non essere abbastanza di polso e tutta una serie di luoghi comuni, che solo qui in Italia hanno modo di esistere e resistere al giorno d’oggi. L’impressione è che la nostra presunzione, il nostro intimo convincimento di essere superiori a tutti e tutto, ci stia facendo perdere il senso della realtà. Allontanandoci dagli altri grandi movimenti europei che non sono rimasti a contemplarsi, crogiolandosi nel passato, bensì hanno cominciato a mettersi in discussione, cambiando strategie e cercando di rinnovarsi ed aprirsi a nuovi sentieri. Acquisendo maggiori conoscenze ed interfacciandosi con il resto del mondo. Quello che ho cercato di fare, con questa mia ricerca, è stato sostanzialmente un tentativo di avere un riscontro oggettivo, dati alla mano, di quella che era una mia percezione già da tempo. Ero prontissimo a venire smentito dai fatti ed anzi, ne sarei stato in qualche modo contento, anche se era praticamente impossibile, visti i risultati sotto gli occhi di tutti. Invece i dati che sono emersi hanno addirittura corroborato la mia sensazione di disagio e di  sconforto. 

Quella che segue è un’analisi di dati oggettivi, unita a delle considerazioni, ovviamente soggettive, sul perché si sia giunti a questo punto di non ritorno e su quelli che potrebbero essere dei passi da compiere, proprio come hanno fatto gli altri movimenti calcistici di spicco, per cercare di risolvere i loro  problemi. 

PRECISAZIONI INTRODUTTIVE 

Vorrei fare, prima di iniziare la parte analitica, alcune doverose precisazioni sulla mia posizione, che mi auguro vengano ricordate lungo tutta la durata della lettura, per quelli che avranno la pazienza di “accompagnarmi” attraverso questo viaggio al centro della crisi  del nostro movimento calcistico.

In primis, non è mia intenzione denigrare, in nessun modo, per qualsivoglia ragione, né tantomeno mettere alla berlina, il nostro Paese. Se mi sono messo al lavoro, per fare questo focus, è stato solo per l’amore che ho per questo sport e per il rispetto che porto al calcio italiano come settore e come ambito professionale. Ne ho fatto parte da giocatore (e sono fiero di aver fatto quel po’ che ho fatto, soprattutto in ambito di settori giovanili, e grato a tutti i fantastici professionisti coi quali ho avuto la fortuna di interfacciarmi e che mi hanno insegnato molto di quello che so) e vorrei tornare a farne parte, in un futuro prossimo, nella figura di allenatore e so benissimo che, per fare ciò, dovrò passare da Coverciano e quindi l’ultima cosa che voglio fare qui è dimostrarne lacune o inadeguatezze che non potrei nemmeno certificare, non avendo avuto la possibilità di frequentarne ancora i corsi. Quello che voglio fare è solo mettere dei punti di discussione e cercare di capire che cosa sia successo e quali siano le cose in cui forse gli altri settori tecnici d’Europa ci possono risultare utili e magari ispirarci verso un cambiamento atto a migliorarci. Non mi permetterei mai di mettere in discussione il lavoro di persone (professionisti dal valore indiscusso ed indiscutibile) che ne sanno certamente più di me. Il mio scopo è solo quello di portare un contributo, umilmente e compatibilmente con le mie conoscenze, derivanti dalle mie esperienze personali di campo e dai miei studi successivi all’abbandono del calcio giocato, in modo da far sì che questi numeri e dati possano essere interpretati e posti in una luce pratica,  anziché restare fredde statistiche.

Io desidererei che il calcio italiano ritornasse a rappresentare l’eccellenza in ambito europeo, che tornasse ad esserne la Stella Polare, il punto di riferimento, così come lo è stato per tanti anni. Vorrei che i più grandi calciatori del mondo tornassero ad ambire di venire a giocare da noi, nella nostra Serie A e non in Premier League o in Bundesliga o altrove. Sarei al settimo cielo se ricominciassimo a produrre giovani di talento e capaci di diventare i Top players del prossimo futuro.

Per far sì che tutto ciò si avveri però, dobbiamo prima auto-analizzarci e dobbiamo farlo in modo spietato e non indulgente verso noi stessi. Dobbiamo metterci davvero in discussione con noi stessi ed il nostro operato, dobbiamo mettere sotto la lente d’ingrandimento anche tutta una serie di “usi e costumi”, di consuetudini ormai, tristemente, radicate nel nostro modus operandi. Dobbiamo smetterla di considerarci i più bravi, i più furbi ed i più capaci perché i fatti testimoniano, inequivocabilmente, che non lo siamo più da anni ormai. E non possiamo auto-proclamarci tali, anche se lo facciamo sempre. Queste cose, semmai, dovrebbero essere gli altri a dircele o, ancora meglio, dovrebbero venire suffragate dai fatti, sotto forma di trofei e vittorie e soprattutto  competitività ai massimi livelli.

Fatte tutte queste puntualizzazioni, non ci resta che partire per questo excursus, tenendo sempre bene a mente che quello che dice il campo nel 99% dei casi corrisponde a verità. E che anche questa pessima abitudine che si è ormai consolidata in noi, ovvero quella di cercare sempre alibi, giustificazioni o scuse per motivare le nostre sconfitte, rappresenta uno dei più grandi limiti che abbiamo e che ci impediscono di tornare in auge. La ricerca di alibi e capri espiatori alimenta l’illusione di chi sbaglia o sta lavorando male o comunque meno bene dei suoi rivali e gli impedisce di lavorare in modo corretto su se stesso. L’approvvigionamento di queste giustificazioni da parte degli osservatori è anche più deleteria, perché fomenta la mancanza di obiettività e di onestà intellettuale che è elemento indispensabile per crescere e per farlo basandosi solo su riscontri fattuali oggettivi ed inoppugnabili. Già il sottolineare, tanto per fare un esempio concreto, un errore arbitrale (presunto o reale) commesso da un direttore di gara, a danno di una squadra del proprio paese è un modo per tentare di sviare (spesso, non sistematicamente è ovvio) l’attenzione da ciò che si è svolto nell’arco di 90′, talvolta 180’. Il sottolineare quelli a proprio danno, sottacendo quelli a proprio favore poi, è proprio l’autostrada per il disfacimento, per il trionfo della malafede, nonché il viatico perfetto per il fallimento. Perché attraverso queste “usanze” si crea un pavimento lastricato di espedienti, un labirinto fatto di viuzze ed insidie, dal quale si è tentati di uscire ricorrendo a mezzucci e non attraverso il duro lavoro. Che è l’unico sistema certo per ottenere risultati veri e duraturi. Le scorciatoie, le trappole e le furbate, potranno pagare nell’immediato, una tantum, ma non ci porteranno alla costruzione  di un movimento dalle fondamenta solide e stabili.

CONTINUA…

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