La crisi del calcio italiano (PARTE 3)

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TUTTO CHIACCHIERE E… NEANCHE IL DISTINTIVO

Che il “sistema calcio” italico fosse abbastanza in crisi, lo si poteva evincere da molti elementi, apparsi già evidenti, nel corso degli ultimi anni. Bastava guardare con attenzione una partita di un qualsiasi altro campionato di rilievo, fosse esso quello Inglese, Spagnolo, Tedesco certo, ma in tempi più recenti, anche Francese e Portoghese, per rendersi conto di quanto i ritmi fossero diversi e di quanto differente e di maggiore qualità fosse la proposta media di gioco. So che in molti storceranno il naso di fronte a questa mia affermazione, ma è così che stanno le cose, almeno a livello di risultati. Con Premier League, Liga e Bundesliga il confronto era a dir poco impietoso, con partite che si giocavano a velocità ed intensità doppia, quando non tripla, rispetto alla Serie A. Ogni gara si poteva definire vera. Ogni pallone era giocato come fosse l’ultimo. Il primo pensiero era sempre quello di trovare il modo per far male all’avversario anziché limitarsi a cercare di distruggerne le fonti di gioco. Non a caso, siamo sempre noi che facciamo mille discorsi sull’integrità e la sportività delle altre squadre quando magari siamo dipendenti da un risultato su un altro campo e poi, molto spesso, quel risultato va proprio come noi ci aspettavamo che andasse ma la squadra italiana non riesce a qualificarsi per propri demeriti. Gli altri, a certi magheggi, nemmeno ci pensano. Le motivazioni di questa differenza così pronunciata, a cosa sono dovute? In primis ci sarebbe da fare un discorso che troppo spesso i nostri tecnici tirano fuori quasi come scaricabarile, allorquando si sentono messi in discussione e si può riassumere in una parola della quale, ultimamente, si fa più abuso che semplice uso: QUALITÀ.

Quante volte ci è capitato di ascoltare un’intervista ad un allenatore italiano, realizzata magari dopo una sconfitta, e sentirlo lamentarsi per la differente qualità dei giocatori avversari, per gli errori tecnici commessi dai suoi, sdoganando la cosa come se fosse quasi inevitabile che debba essere così? Ma dev’essere proprio così? Perché ci sarebbero da fare tantissime considerazioni in merito a quella che è la situazione nei settori giovanili professionistici nel nostro paese. Parlo di questi perché è in quel tipo di contesto che ho maturato la gran parte delle mie esperienze da calciatore e so per certo di come venivamo addestrati all’epoca e di come le cose siano, progressivamente, peggiorate col passare degli anni. Non solo, va precisato, per correttezza ed onestà, a causa degli istruttori o delle società, ma anche e forse soprattutto a causa della diversa maniera che hanno i ragazzi, che sono adolescenti oggi, rispetto a quella che avevamo noi, di vivere la propria esistenza. Ora la “vocazione”, la voglia di uscire in strada ed andare a giocare a pallone e tantomeno di unirsi ad una squadra e dover rispettare delle regole più o meno ferree ed assumersi un impegno per più volte alla settimana, magari rinunciando ad uscire con gli amici o la ragazza, è venuta meno. Si preferisce stare ore ed ore chiusi in camera, magari a giocare con qualche consolle, anziché andare al freddo o con la pioggia o con il sole cocente ad allenarsi.

Un tempo (per fortuna la generazione a cui appartengo aveva già sviluppato la voglia di fare le cose e non limitarsi a simularle o ancor peggio, a guardare gli altri che giocano alla simulazione, prima di essere lambita dall’arrivo sul mercato di PS, Xbox etc) c’erano ragazzini a sufficienza per poter allestire 3 squadre per categoria e magari anche con qualche esubero. Una squadra B dei tempi in cui io giocavo negli Allievi Nazionali o nella Primavera Nazionale sarebbe stata forte quanto una squadra A dei giorni nostri, di questo sono convinto. All’epoca si poteva non far pagare le rate ai più promettenti e ci si sosteneva benissimo comunque. Ora, a malapena, si arriva ad una ventina di ragazzi. Parlo anche e soprattutto dell’attività di base, che è quella da cui tutti siamo partiti, prima di spiccare il volo verso il calcio “vero”, quello delle società professionistiche. Serve, anzi è imprescindibile, che tutti paghino la quota e per far sì che ciò accada, bisogna rinunciare alla qualità appunto. Si devono far giocare un po’ tutti, allo stesso modo, per tenerseli buoni, perché il rischio di perdere iscritti e di conseguenza tesserati, è altissimo. E non ce lo si può assumere. Inoltre, avendo l’obbligo di doversi interfacciare con un materiale umano più scadente, sia a livello quantitativo, che soprattutto a livello qualitativo, gli istruttori cercano di portare a casa le loro piccole soddisfazioni, anziché seminare per un raccolto produttivo che miri al futuro. Tra l’altro, sono spesso anche a rischio le loro stesse posizioni e quindi la possibilità di lavorare, con tutti gli annessi e connessi. Infine, cominciamo magari, anche a pensare che forse, non tutto ciò che viene insegnato nei corsi federali e soprattutto il sistema in cui viene spiegato ai partecipanti ai corsi sia perfetto. Magari anche le stesse modalità dei corsi sono da rivedere. Dico così, proprio perché sono consapevole dell’incredibile innovazione che il Settore Tecnico Federale Italiano, con l’istituzione di Coverciano e del corso allenatori, abbia rappresentato. Ma appunto, proprio il fatto di essere stati all’avanguardia, ormai parecchi anni fa, nonché di aver dato la stura a tutta una serie di altre “scuole” e centri di formazione, anche e soprattutto in paesi che non le avevano mai neanche pensate, dovrebbe farci riflettere circa la possibilità che potremmo essere stati sorpassati nel corso di questi anni.

Mi sono fatto un giro “virtuale” sul web, per cercare di carpire quante più informazioni possibile sulle modalità in uso negli altri paesi e quello che ne è emerso mi è sembrato molto interessante. Proprio perché sto cercando di studiare per arrivare a prendere quel famigerato primo patentino, sono venuto a conoscenza di quanto elitario e discriminante sia il sistema italiano. Io, che abito in una città come Roma, nella quale ci sono in media circa 3/400 domande per partecipare ad ogni corso, mi sono immaginato già in netta difficoltà, sapendo che i posti a disposizione sono appena 40. Come ho detto, il grosso delle mie esperienze calcistiche si rifanno a al Campionato Allievi Nazionali (che non conta niente a livello di punteggi) ed al Campionato Primavera Nazionali che però, prescindendo dalle presenze accumulate, dà diritto ad un punteggio unico, peraltro molto basso. Le mie presenze in Coppa Italia di Serie C, che sono in tutto e per tutto equivalenti ad una gara di campionato, non dànno diritto ad alcun punteggio e quindi il fatto di non aver potuto debuttare in A, B o C a causa di un infortunio che ha posto fine alla mia carriera, inficia in modo enorme le mie possibilità di rientrare in graduatoria. Addirittura il mio diploma di Liceo dà più punti di tutto ciò che ho fatto in campo. Un qualunque diplomato ISEF o un laureato, che non ha mai messo piede in un campo di calcio, ha più possibilità di me di accedere ai corsi. E, badate bene, non sto dicendo che non ne abbia il diritto sia chiaro. Tutt’altro! Io vorrei solo che ci si potesse confrontare insieme e si vedesse chi è più bravo, dopo il corso. Mi sono informato sui corsi in Inghilterra, che sono aperti a tutti. Non serve alcun titolo di studio particolare, né tantomeno alcun punteggio acquisito grazie alla carriera sportiva. Una cosa molto bella che fanno nel Regno Unito è quella di affiancare il programma normale di studio a quello sul campo, presso una società. Vedendo il modo in cui si lavora. Il ché per chi non ha una carriera calcistica (specialmente professionistica) alle spalle, è un vantaggio ulteriore ed io, che teoricamente dovrei essere contrario a dare un vantaggio a chi non ha fatto le mie stesse esperienze calcistiche, pensando invece al bene comune, ritengo che sia una grande idea, che poi inevitabilmente si ripercuote in senso positivo per l’allenatore futuro certo, ma anche per il movimento ed i ragazzi che andrà ad allenare in seguito. Addirittura in Spagna corsi liberi ed accessibili a chiunque abbia compiuto 16 anni. Non bisogna nemmeno essere maggiorenni. Il punto è invogliare i ragazzi che già militano in una squadra, a provare anche ad interessarsi alla carriera di allenatore. Così si sono formati alcuni dei tecnici di maggiore successo. E dà anche in questo caso la chance a chi non ha mai giocato o lo ha fatto poco, di poter affiancare uno staff tecnico vero, per alcune settimane di lavoro. I costi in entrambi i paesi sono inferiori a quelli che si devono sostenere qui e si possono seguire i corsi in orari diversificati a seconda delle proprie esigenze lavorative, di studio, sportive etc. Addirittura esiste la possibilità di un corso super-accelerato da effettuare in estate, durante il periodo in cui, di norma, si è in vacanza e della durata di 2 mesi, in modo da agevolare tutti i candidati che lavorano. Inoltre i numeri non sono mai chiusi. Tutti quelli che si iscrivono, partecipano e se passano in 80, tanto meglio. Nel secondo step formativo, se si ha una squadra, viene dato un programma da eseguire proprio con la squadra che si sta già allenando. Mi sembrano tutti sistemi molto più democratici ed inclusivi e che privilegiano la meritocraticità. Stessa cosa nella DFB-TrainerAkademie in Germania. Nessun titolo è necessario; nessuna graduatoria. I corsi che sono molti di più e più frequenti (lo stesso vale anche per Spagna ed Inghilterra) sono aperti a tutti e solo lo studio determina chi ce la fa e chi no.

Perché tutto questo preambolo? Per dire che forse, così come sono un pochino superati i sistemi di selezione e con loro i criteri usati, magari potrebbe esserlo anche la proposta di calcio che si trasfonde all’interno di questi corsi. Ovviamente, non avendovi mai preso parte, non posso dire come si articolino queste ore di lezione. Però noto dei tratti comuni in tutti gli allenatori italiani, anche quelli più bravi ed all’avanguardia. Una certa reticenza nell’effettuare i cambi, un certo difensivismo. La paura di prendere un certo tipo di gol. Sono tutti retaggi che (forse) ci impediscono di crescere e stare al passo con gli altri. Pensiamo alla rinascita dei club di Premier League. Dopo anni di dominio assoluto, a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, anche a causa del ban europeo conseguente alla tragedia dell’Heysel, le squadre inglesi non ebbero grandi successi. Poi, si affacciò sulla scena un manager scozzese, Sir Alex Ferguson, che possiamo considerare, in tutto e per tutto, un prodotto del calcio vecchio stampo. Ma malgrado la sua innegabile bravura, già dimostrata alla guida dell’Aberdeen, il resto dei tecnici prodotti in terra d’Albione era il frutto non già di una scuola di formazione, ma solo della pratica applicata in anni di calcio “Kick ‘n’ Run”. Questa visione così ristretta del calcio, in un momento in cui ormai la globalizzazione delle immagini, delle informazioni inerenti le altre squadre e le metodologie usate negli altri paesi ed anche continenti era diventata comune, aveva portato le squadre della Premier inglese a non riuscire più a primeggiare fuori dai propri confini. Lì avrebbero potuto fare due cose: auto-giustificarsi, dicendosi che il calcio lo avevano inventato loro, per cui non potevano non essere i depositari di ogni segreto ad esso relativo e chiudersi ancora di più in sé stessi, oppure aprirsi e cercare di far confluire nel loro campionato i migliori allenatori degli altri paesi. Sappiamo bene quale scelta sia stata fatta all’epoca. L’arrivo di nuovi pensieri, di nuove metodologie di allenamento, di nuovi regimi alimentari e di un nuovo modo di proporre calcio ha fatto sì che non solo i club inglesi ritornassero a vincere, ma che il campionato della Premier League diventasse il più bello, seguito e competitivo. La stessa cosa è accaduta, sia pure in misura un po’ minore, in Francia ed anche in Germania. In Spagna, dove pure abbiamo visto che l’ultimo dei problemi che hanno è quello di produrre allenatori di talento, si è comunque registrata una rivoluzione grazie al lavoro unico fatto da Johann Cruijff e proseguito poi negli anni da Louis Van Gaal e tanti altri. In Spagna non c’è più stato lo stesso calcio dopo l’avvento di Cruijff. Se oggi Koeman si permette di far entrare un ragazzino di nemmeno 18 anni (Moriba) anziché un campione conclamato come Griezmann, nel corso di una partita fondamentale per i blaugrana come quella contro il Siviglia, è grazie a quella mentalità tramandata proprio in quel contesto, dal grandissimo numero 14, al suo allievo, quando era un difensore moderno se ce n’è stato uno. Qui da noi invece, si esita a far giocare dei ventenni o dei ventunenni o più, definendoli ancora dei “giovani”. Ricordo sempre la risposta data da Frank De Boer (che poi venne maltrattato da stampa e tifoseria, ma intanto fece fare una delle partite più belle che ho visto giocare all’Inter in tutta la mia vita, la vittoria contro la Juventus per 2-1) quando gli venne chiesto del giovane Kondogbia e lui stupito rispose che i giovani per lui erano i ragazzini di 17, 18 anni e non quelli che avevano superato i 21/22!

Ecco da cosa dobbiamo liberarci: da certe convinzioni che non hanno alcuna base reale su cui fondarsi e che vengono perpetrate neanche fossero verità assolute dai nostri “addetti ai lavori”; da questa mentalità che ci fa pensare di essere i migliori a prescindere; di saperne di più per default. Sapeste quante volte mi è capitato di sentire dai nostri allenatori a seguente frase: “il Corso di Coverciano è il migliore in assoluto per come forma i tecnici”? Tante che ho perso il conto. Ebbene, io non ho neppure voglia di confutare che ciò sia vero; mi interessa piuttosto chiedermi per quale motivo non mi è mai capitato di leggere nessun tedesco (solo per fare un esempio) dire la stessa cosa del loro corso di formazione che pure ha partorito tecnici piuttosto interessanti di recente, come Nagelsmann e Tedesco, tanto per fare due nomi. E come abbiamo trattato Luis Enrique nel nostro paese? Fatto passare come un mezzo visionario, quando poi dovunque sia andato ha lasciato segni indelebili a forza di vittorie e di grande calcio proposto. La sua Roma era una squadra giovane e temeraria. Però qui lui non venne lasciato lavorare in pace, finendo con il voler fuggire da questo paese il più lontano possibile ed a conti fatti, chi ci ha rimesso, siamo stati noi e non l’asturiano. Noi abbiamo le nostre convinzioni e non ce ne discostiamo nemmeno in presenza di fatti incontestabili, che dimostrino quanto indietro siamo rimasti. Viviamo di rendita e di memorie. Di quando eravamo il campionato più bello del Mondo.

Questo vale anche per le società ed il modo in cui sono impostate. Pensiamo all’Udinese: nei ’90 era un club all’avanguardia per scouting e metodologie di reclutamento; cercavano di scandagliare tutti i mercati, anche quelli più esotici ed apparentemente improbabili ed a questo capillare lavoro di cernita univano la capacità di andare a reperire anche dei giocatori italiani che, per qualche strana ragione, erano finiti fuori dai radar delle grandi tradizionali. Quel modo di fare calcio ha consentito ai friulani di fare imprese incredibili sul piano sportivo, mantenendo sempre i conti più che floridi, grazie ad un continuo rinnovamento ed una capacità di andare a pescare i giocatori a prezzi non eccessivi, per poi rivenderli a cifre molto più alte, non prima di averli valorizzati e fatti crescere sul campo. Di tutto quel patrimonio ora cos’è rimasto? E vediamo nella nostra Serie A giocatori che, non per essere cattivo, soltanto qualche anno fa avrebbero fatto fatica ad entrare nelle squadre di Serie C. Si vedono rose anziane, con giocatori ormai svogliati, andare nella massima serie per fare giusto una comparsata, una manciata di punti, per poi scendere giù, dopo aver schierato formazioni con età medie degli 11 titolari a ridosso o oltre i 30 anni! Dico io, è questo un modo logico di fare calcio? Si possono far giocare personaggi improbabili? Mi si dice: “eh ma non ci sono soldi, cosa vuoi fare?”. Ed io rispondo che, piuttosto che andare in B con quelle squadre, forse converrebbe farlo mandando in campo una formazione di giovani, che intanto avrebbero modo di farsi le ossa, capendo cosa significhi giocare in Serie A. Già, ma chi li fa giocare i giovani? Pensiamoci un attimo. Donnarumma chi lo ha buttato nella mischia? Mihajlovic. E Chiesa? Sousa. Ed andando ancor più indietro nel tempo, Totti? Boskov. Maldini? Liedholm. Pensiamo alla squadra che fa giocare tanti quasi debuttanti in A: l’Hellas Verona. Allenata da chi? Juric. Il tutto mentre altri talenti sono stati fatti appassire per anni. Fino a disperdersi. Perché erano considerati “giovani” anche a 24/25 anni! Perché non guardare a cosa succede oltre il nostro orticello spelacchiato ed ingiallito? Perché spendere noi 75 milioni per acquistare Osimhen dal Lille, quando lo si poteva portare a casa anni prima, come fatto dai francesi, con pochi milioni quando militava nello Charleroi? E perché, vieppiù se non ci sono soldi, non guardare alla politica di club come il St. Truiden, squadra belga che, rastrellando il campionato giapponese, ha importato tanti giocatori che dopo essere stati valorizzati sul campo, hanno poi consentito di realizzare grandi introiti al momento della vendita? Quelli sono modelli, come pure quello del Club Brugge o del Lille o del Rennes in Francia, che andrebbero copiati pedissequamente anziché andare avanti per clichè e luoghi comuni. Sono società che sono riuscite nell’intento di coniugare risultati sportivi buoni o eccellenti a grandi profitti. Pensiamo ad un campionato che, ultimamente, sto seguendo molto e che mi sta entusiasmando, ovvero quello austriaco: al di là dell’arcinoto Red Bull Salisburgo, che ha costruito un vero e proprio modo di fare calcio, a livello di programmazione ed intuizioni innovative (basterebbe guardare alle loro strutture, al metodo di espansione e reclutamento, effettuato andando a radicarsi in tantissime realtà emergenti, fino allo sfruttamento della risorsa Liefering, squadra della Seconda Divisione Austriaca e quasi succursale del team Red Bull, nella quale vengono fatti approcciare al professionismo europeo ragazzi provenienti dall’Africa, dall’Asia e dal Sudamerica), ci sono realtà come Wolfsberger e Lask che stanno producendo giovani giocatori di grande talento ed altrettanti ne rastrellano in giro per il mondo. Quelli dovrebbero essere i riferimenti giusti per un Crotone, tanto per citare una squadra. Invece qui non ci si rende conto che il mondo del calcio sta andando altrove e non ci aspetta.

Pensiamo ai problemi palesati dalle squadre italiane in Europa: ritmi bassi; giocatori che passano più tempo per terra ad urlare (una cosa ridicola) al minimo contatto, che in piedi a cercare di fare ciò che si dovrebbe amare di più e cioè giocare a pallone; squadre che corrono spesso all’indietro e nelle quali il movimento senza palla è un illustre sconosciuto. Quando guardiamo le altre ci rendiamo conto dell’enorme differenza di velocità con cui si muove il pallone sul terreno di gioco. Ci accorgiamo che gli altri hanno 3, quando non 4 opzioni di passaggio mentre i nostri si nascondono dietro all’avversario. Ed a quel punto si fa presto a parlare di “mancanza di qualità”, lavandosene le mani come Ponzio Pilato, se poi quella velocità non è incoraggiata ed alimentata da una proposta di gioco convincente. Si fa un gran parlare di “riaggressione” ma poi, sul terreno di gioco, il primo pensiero è correre all’indietro. C’è poco da stupirsi se si viene aggrediti, quando 8 volte su 10, il passaggio lo si riceve da fermi e guardando la propria porta. E queste cose chi dovrebbe trasfonderle nelle teste dei nostri ragazzi? Chi dovrebbe fare in modo che diventino automatiche e non cose a cui dover pensare e ripensare prima di essere messe in atto, perdendo così preziosi tempi di giocata? Nel calcio, il tempo e lo spazio, che sono umane invenzioni, significano spesso la differenza tra conquistare o perdere un pallone. Un tempo di gioco guadagnato o perso può voler dire uno spazio che può essere occupato, raggiunto e sfruttato o invece lasciato incustodito o dimenticato. E queste cose, assommate, possono marcare la differenza tra vincere e perdere. E se certi problemi sono ormai radicati nella mentalità di tanti allenatori e di riflesso di tanti giocatori italiani, come si può cercare di estirparli? I ritmi, l’intensità ed il coraggio si alimentano con l’esuberanza, che è una caratteristica tipica della gioventù. È più facile dipingere su una tela bianca o scrivere su un foglio intonso, anziché cercare di passare sopra agli scarabocchi di un foglio che è già stato scritto e sovrascritto un milione di volte. E qui si è capito che i nostri allenatori sono proprio restii a far giocare i giovani. Nonché a cambiare dei processori mentali che sembrano essersi ossidati e non funzionare più.

Ma, come abbiamo detto, qui i tecnici stranieri vengono derisi ed a loro non viene perdonato un centesimo di quello che viene invece concesso ai “grandi allenatori italiani”. Perché stiamo ancora ascoltando voci contrarie a Fonseca, quando è l’unico ad aver portato una squadra italiana nei quarti di una coppa europea? Ed è la quarta volta che il tecnico portoghese arriva a questo punto della competizione, obiettivo raggiunto con quattro squadre diverse; segno evidente che forse sarà lui bravo e non solo fortunato. Anche quei falsi luoghi comuni secondo i quali “allo Shakhtar vincono tutti” sono un po’ a rischio quest’anno visto che il pur ottimo Castro è parecchio indietro nel campionato ucraino, dietro alla Dinamo Kiev super-giovane dell’eterno Mircea Lucescu. Vincere non è mai facile; riuscire a farlo a livello internazionale ed in più nazioni lo è ancora di meno. È per questa e per molte altre ragioni che, forse, dovremmo cominciare ad aprirci di più ai tecnici stranieri, dando loro fiducia e tempo per cambiare malcostumi ormai troppo sedimentati nel nostro modo di fare calcio. Così come sarebbero bene accetti anche dirigenti stranieri, capaci di portare nuove visioni e nuove prospettive e non è un caso che il Milan, che è una delle proposte più intriganti dell’anno, abbia abbracciato un progetto basato su giocatori giovani e portato avanti anche grazie a Gazidis, dirigente straniero. Ma il nostro non è un paese per giovani e soprattutto è un calcio che paga dazio a troppi pregiudizi. Un calcio folle e frenetico, laddove non dovrebbe esserlo, ovvero nelle decisioni che si prendono fuori dal terreno di gioco, invece di esserlo nell’unico posto, appunto il campo, nel quale davvero servirebbe velocità di pensiero. Qui i tecnici vengono frullati a ritmo di centrifuga, con zero chances di poter seminare e lasciare un segno, o al limite anche solo indicare una via maestra da seguire, che sia differente da quelle che adottiamo in questo Paese, ormai da decenni. Ed è a questo che si riferisce lo studio che ho fatto sui maggiori campionati in Europa.

CONTINUA…

PARTE 4

4 Replies to “La crisi del calcio italiano (PARTE 3)”

  1. Pier, son arrivato qui. Poi continuo. Lasciami prima fare una critica: il capitolo 1 e il 2 sono dei preamboli troppo lunghi. Analizzi la situazione, ok, ma a me sembra piuttosto palese che il calcio italiano sia indietro, arretrato, capisco la necessità di fare il punto, ma penso che scoraggi la lettura, secondo me potevi smussare un po’ e fare un capitolo solo. Capitolo 3 invece molto denso, con un sacco di informazioni che non conoscevo. L’unica cosa sulla quale avrei qualche perplessità è sui giovani nel calcio italiano. A me quando si parla di costruire squadre giovani mi viene in mente la roma di Sabatini e Zeman… un disastro, comprarono campioni giovanissimi e che poi qualcuno si è perso (tipo Dodo) e qualcuno è stato venduto per ripianare i debiti visto che i risultati sportivi non arrivavano. Come te lo spieghi?
    Altro esempio che mi viene in mente che riguarderebbe le squadre meno importanti della serie A ma che può essere esteso anche alle altre, è l’empoli. L’empoli ogni 3/4 anni cambia la squadra, prende 2/3 giocatori affermati (nemmeno troppo forti) che fanno da perno, tutto il resto son giovani da valorizzare e rivendere nel giro di un ciclo. Anche quelli che non han convinto troppo vengono venduti. L’unico acquisto non da empoli in questi ultimi anni è stato La Gumina (pagato troppo). L’empoli pesca dalle serie minori, o dalla B quando è in B, non ha reti di scout, ha un centro sportivo ottimo, la proprietà ha speso un sacco nelle strutture e nel settore giovanile. Per il bacino di utenza che ha l’empoli quello che riesce a fare dovrebbe essere preso come esempio. Però l’empoli mette in conto di esaurire un ciclo in 3/4 anni. Una squadra di A che vuole rimanere in A se lo può permettere? Una squadra che gioca la champions e ha l’ambizione di piazzarsi sempre tra le prime 8, se lo può permettere? Vedi che il borussia è quel tipo di squadra, il lipsia è già in una condizione diversa, le aspettative son ben minori, il campionato austriaco non offre grande competizione. Il Borussia mette in conto di vendere (talvolta svendere) i giocatori che ha tirato su.
    Certe squadre si trovano come in un collo di bottiglia. Avrebbero i giocatori per arrivare al vertice delle loro ambizioni, ma si trovano soffocati, da un lato dai loro pochi ricavi (che non aumentano se ogni tot anni resetti la squadra e con essa le ambizioni), dall’altro dalla potenza economica delle altre squadre che invece certi stipendi possono permetterseli.
    La strada che ha preso la juve, per dire, è stata di usare i soldi delle plusvalenze per aumentare gli stipendi, piuttosto che cominciare un nuovo ciclo.
    Gran parte delle squadre italiane si trova in questo collo di bottiglia, ed una volta presa la strada dell’indebitamento son costrette a rincorrerei risultati, non possono più permettersi una rifondazione, perché vorrebbe dire perdere dei soldi da prestazioni sportive che han messo in previsione di bilancio.
    Non è per nulla scontato dire “puntiamo sui giovani”. Se lo dici mi aspetto che porti molte più argomentazioni in merito. Vedi per dire l’udinese, era una squadra osannata per la sua capacità di trovare giovani, poi cambi i giocatori, cambi il direttore sportivo, cambiano le cose perché il mercato porta cambiamenti, e finisci per lottare per la salvezza come le altre squadre.

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    1. Allora, andiamo con ordine: la critica sulla lunghezza la accetto molto volentieri. Non sono uno scrittore, nè un giornalista e sì, ho cercato di rendere la parte discorsiva molto scorrevole, però si può sempre fare di meglio. Come ho detto tante volte, il dono della sintesi non lo possiedo. Però ho ricevuto tanti messaggi privati di persone che mi hanno detto di aver letto con voracità e facilmente e quindi credo dipenda anche un po’ dalle abitudini del lettore e quindi, fermo restando il fatto che non ho uno schema “compositivo” collaudato, proverò a cercare di essere più stringato, anche se già da questa risposta, noterai che mi risulta difficile. Questione giovani: qui permettimi di dire che ti sei contraddetto da solo. Porti l’esempio dell’Udinese, che è proprio quello che faccio io e di fatto, sostieni la mia tesi. Così come è ovvio che non possiamo paragonare una squadra che lotta per la salvezza, con una che ambisce al vertice. Infatti io ho detto che, in mancanza di soldi, sarebbe meglio puntare sui giovani anzichè su mezze calzette ormai a fine corsa, tanto più che retrocedere comunque non potrebbe succedere…è chiaro che la politica attuata dai club austriaci o belgi non potrebbe funzionare per le top società ma per le piccole sì. Sulla questione giovani, ti ho portato l’esempio di squadre che dominano i propri campionati attraverso l’utilizzo di giocatori giovani e quindi non è vero che non ho fatto esempi concreti. Poi la mia voleva essere più che altro una critica al sistema adottato nella preparazione dei tecnici e sul rendimento delle squadre italiane. Quello dei giovani è uno dei possibili rimedi ed ho portato esempi concreti. Per essere dettagliati ed approfondire il tutto, avrei dovuto lavorare su questo scritto per 6 mesi e non 4/5 giorni come ho fatto nei ritagli di tempo. Un abbraccio e comunque grazie per le critiche costruttive.

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