La crisi del calcio italiano (PARTE 4)

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UN FRULLATORE CIECO E SENZA META

Nel nostro campionato si vedono pochissimi tecnici provenienti da paesi stranieri e con una formazione fatta all’estero. I nostri soli allenatori che non sono nati in Italia sono, al momento, il più volte citato Fonseca, tecnico al 100% formatosi all’estero (anche se poi, quando fa le imprese, si sente dire che “si è migliorato in Italia”), più Juric e Mihajlovic che sono quasi italiani d’adozione. Eppure abbiamo visto come abbiano comunque aggiunto cose nuove al nostro campionato in termini di scelte tattiche, di preparazione e di coraggio nel lanciare i giovani. Ma com’è la situazione negli altri paesi? Ho cercato di riassumerla in una ricerca, che ho realizzato prendendo in esame i maggiori campionati europei (Bundesliga, Premier League, Liga, Ligue 1 ed ovviamente Serie A) e considerando le ultime 10 stagioni prima di questa. Ho preso tutti gli allenatori che si sono avvicendati in ognuna delle squadre che hanno disputato i massimi campionati degli ultimi 10 anni e li ho assommati. Poi ho diviso i tecnici indigeni, da quelli stranieri ed ho provato a vedere cosa ne è venuto fuori.

Serie A
209 Italiani dal 2010-11 al 2019-20
Con picchi di cambi allenatori: Palermo 23, Genoa 16 e Cagliari 14
Stranieri 4 Roma e Genoa
31 stranieri
Tot 240
Vittorie Campionato
10 italiani su 10

Premier League
100 allenatori inglesi con picchi di cambi di allenatori: Swansea/Crystal Palace/Chelsea con 10
Stranieri Chelsea 9
68 stranieri
Tot 168
Vittorie Campionato 2 GB 8 Stranieri

Bundesliga
Allenatori tedeschi 125
Stranieri 53
Tot 178
Picchi di cambi allenatori: Schalke 17/Amburgo 14/Stoccarda 12 Hertha 12
Stranieri Bayern Monaco 6
Vittorie Campionato 5 Germania 5 Stranieri

La Liga
Allenatori Spagnoli 167
Allenatori stranieri 52
Tot 219
Picchi di cambi allenatori: Valencia 16/ Granada 14
Stranieri Valencia 6
Vittorie Campionato Spagnoli 6 Stranieri 4

Ligue 1
Allenatori Francesi 127
Allenatori Stranieri 39
Tot 166
Picchi di cambi allenatori Bordeaux 11 e Lille 10
Stranieri Monaco e Nantes 5
Vittorie Campionato 5 Francia 5 Stranieri

Ecco cosa ne è emerso: il nostro è nettamente il campionato in cui vengono cambiati più allenatori (addirittura 240!) eppure quello con il numero di allenatori stranieri (molti dei quali appunto quasi “italiani”, come i succitati o Lopez) più basso. Ovviamente anche la distribuzione delle vittorie ne risulta condizionata. Eppure questo ci ha assicurato un vantaggio? Assolutamente no. Questa “voracità bulimica”, compulsiva, che porta a fagocitare tecnici, uno dopo l’altro, con picchi assurdi tipo quello raggiunto dal Palermo in pochi anni di permanenza in A (ah Zamparini…), hanno portato a dei risultati concreti? No, perché si è visto come quelle squadre siano retrocesse e talvolta fallite, nel giro di poche stagioni. Analizzando le statistiche, emerge come in Inghilterra si siano resi conto del fatto che il loro modello non funzionasse più ed aprendosi a nuove idee, mediante l’arrivo di dirigenti ed allenatori provenienti da altre realtà, abbiano posto le basi per un rinascimento del loro campionato, che si è tradotto anche con la conquista di molti trofei internazionali. Si evince anche che in Premier League non si ricorre all’esonero sistematico. Si concede al contrario il giusto tempo ai tecnici, per poter seminare e raccogliere i frutti del proprio lavoro. Stessa cosa succede in Bundesliga, laddove, pur essendoci stato un minor afflusso di allenatori stranieri (sempre molto più che da noi), si è comunque continuato un confronto con diverse scuole di pensiero. E guardando a questi campionati, come pure a quello spagnolo ed a quello francese che pure hanno mantenuto una media di allenatori autoctoni ben più elevata rispetto a quella della Premier League, si può notare come le vittorie siano sempre suddivise alla pari o quasi tra squadre allenate da tecnici del paese in questione ed allenatori stranieri; il che fa pensare che forse sia un vantaggio affidarsi a qualcuno proveniente da fuori. Invece noi, che cambiamo più di chiunque altro, che siamo refrattari ad accettare consigli ed importare cervelli e scuole di pensiero diverse dalla nostra, non vogliamo coach stranieri. E tutto ciò si ripercuote, e non poco, anche sulla “godibilità” e vendibilità del prodotto Serie A. Alle quali ha certamente inferto un duro colpo anche la totale mancanza del rispetto delle regole palesata in questo campionato; ma qui non voglio addentrarmi oltre, perché sennò si potrebbe aprire un altro lunghissimo paragrafo. Eppure anche attraverso una governance sicura si ottiene credibilità.

CONCLUSIONI

Siamo giunti al termine di questo lungo viaggio che abbiamo intrapreso, per cercare di capire quali potessero essere le ragioni che sono alla base della crisi, innegabile, che attanaglia il sistema calcio in Italia. Certo, avrei potuto parlare anche dell’aspetto socio-politico e di come esso si riverberi sulle nostre leghe e di conseguenza sulle nostre società. Avrei potuto affrontare il problema delle Nazionali Giovanili, che poteva essere anche di strettissima attualità, visto l’impegno in cui è coinvolta la nostra Under 21, proprio in questi giorni. Si poteva fare uno studio sul perché la quasi totalità dei convocati dell’Italia faccia fatica a trovare un posto nel proprio club di appartenenza. Anche giocando la maggior parte di essi in Serie B. Avremmo potuto disquisire sull’effettiva competence di tecnici che hanno, come esclusiva via di formazione, quella federale. Avremmo potuto discettare sulle carenze croniche delle nostre infrastrutture, che ci penalizzano da sempre (e non mi riferisco solamente agli stadi fatiscenti, ma anche e forse particolarmente a centri d’allenamento in condizioni spesso pietose) e che non sembrano essere prossime ad essere risolte. Però io mi considero un uomo di campo ed ho preferito attenermi agli aspetti più legati ad esso.

Dopo aver vivisezionato il nostro movimento, quali possono essere le soluzioni più valide per uscire da questa situazione? Diciamo che in parte le abbiamo già individuate. Cominciare ad importare più know-how da paesi esteri, sia in termini di allenatori e dirigenti, che anche di istruttori, mi pare inevitabile. Abbiamo necessità di un confronto e di un’introduzione a nuove metodologie e, non fosse altro, a nuovi sistemi comunicativi. Ovviamente però questo non basta e bisogna anche cercare di rinnovare il sistema di selezione e possibilmente anche i contenuti dei corsi che si tengono presso il Centro Federale di Coverciano ed ancor prima nelle varie regioni e province. Per costruire una nuova generazione di tecnici e manager giovani e capaci di abbracciare più metodi di lavoro. Perché è ovvio e logico che è attraverso gli italiani che passa una possibilità di rinnovamento e miglioramento di tutto il movimento calcistico nazionale. Dobbiamo imporci di essere più onesti e meno “furbetti” e cercare di ottenere le cose attraverso il lavoro, magari percorrendo le vie più lunghe, anziché cercare sempre le scorciatoie. Dobbiamo ricominciare a mettere davanti a tutto il campo; il bene dei nostri ragazzi e per farlo abbiamo bisogno di programmi e piani strategici snelli ma dettagliati e funzionali, a tutti i livelli. Dobbiamo ricominciare o forse cominciare daccapo nell’opera di reclutamento dei nostri ragazzi, che devono imparare a tornare a volerle fare le cose, anziché limitarsi a guardarle. Per fare ciò dobbiamo farli riappassionare al gioco. Fargli tornare la voglia di emulare i propri idoli. È stato così che tutti abbiamo cominciato e questo, per quanto possa apparire scontato, non è un atto dovuto; perché i nostri giovani ragazzi sono vittime di un’alienazione “sistemica” programmata, che ha proprio come fine ultimo il distoglierli dalla realtà, per farli immergere nella virtualità. Però, io sono convinto che ci sia speranza. Ogni volta che cammino per le strade di questo nostro bellissimo e contradditorio Paese, squarciato nel profondo da questa orribile situazione attuale che ci accompagna ormai da oltre un anno e vedo un gruppo di bambini che giocano a calcio, con i loro giacchetti buttati per terra a fungere da pali di porte immaginarie, mi convinco che non dovrebbe essere poi così difficile farli tornare ad innamorarsi di questo gioco meraviglioso chiamato FOOTBALL.

P. S.: ringrazio mio nipote Lorenzo per il preziosissimo aiuto che mi ha dato nelle ricerche.  

3 Replies to “La crisi del calcio italiano (PARTE 4)”

  1. Continuo il feedback dell’atra volta. Ovviamente, è la mia opinione, se poi altri ti dicono diversamente, a me fa solo piacere. E’ tutto in ottica costruttiva.
    Gli argomenti che hai accennato alla fine e che hai omesso, per me meriterebbero eccome di essere discussi, soprattutto se sai farlo così bene. Invece di fare 4 capitoli sottesi con un unico titolo e divisi numericamente, potevi fare (in realtà potresti ancora) un titolo che raggruppa l’argomento con diversi sottotitoli, trattandoli ciascuno come un argomento a sé, che inizia si svolge e si conclude. Così da poter aggiungere dando un senso di continuità senza dover trovare un filo conduttore coi capitoli precedenti o non dover tirare fuori gli articoli tutti assieme dando poi l’impressione di una conclusione. Intendo dire che potevi gestirlo come una specie di rubrica. Tanto ho visto che sotto c’è la possibilità di reperire gli altri capitoli. Ciò faciliterebbe anche la lettura di ciascun articolo, nonché renderebbe più facile reperirli qualora si volesse riutilizzarli, o farvi riferimento o semplicemente si preferisse da parte dell’utente approfondire solo alcuni aspetti. Sarebbe anche un modo per non “far morire” l’argomento nelle conclusioni.

    Per esempio io vorrei tanto sapere cosa ne pensi dei settori giovanili italiani rispetto a quelli stranieri, o del modo in cui si insegna calcio prima ancora di raggiungere le squadre primavera tra i paesi europei rispetto all’italia. Ne so troppo poco, ma so che ci sono un bel po’ di differenze. L’italia a me pare che stia praticando un calcio superato, a livello atletico, tecnico e tattico. Negli anni 90 era un calcio già vecchio ma ancora la fase difensiva italiana riusciva a competere l’emergenza di nuovi stili di gioco, oggi non riesce a star dietro ai movimenti, all’aumento delle prestazioni tecniche e fisiche. Possibile poi che i nostri giovani arrivino ad una maturità atletica sempre oltre i 20 anni? Ci sono ragazzi in germania, inghilterra, francia, che hanno una fisicità, molto più avanzata, io lo vedo osservando gli scontri internazionali delle squadre primavera, ma basta vedere anche i giovani 18enni che esordiscono in prima squadra in quei paesi e quelli che esordiscono da noi (faccio per dire Coman, Bellingham, ha 17 anni), secondo te son solo caratteristiche innate? Etniche? Molte famiglie in inghilterra francia germania hanno origini africana, se penso a Kean per esempio, fisicamente lui aveva già qualcosa in più nelle giovanili, andrebbe approfondita la questione. Tacnicamente l’italia è sempre stata indietro rispetto agli altri grandi paesi calcistici d’europa. Negli anni 90 venivano preferiti giocatori fisici a giocatori tecnici, anche nelle giovanili, mi raccontavano (persone che han giocato nei settori giovanili di squadre importanti) che tanti venivano scartati perché non prestanti fisicamente, poi col tempo la tendenza è un po’ cambiata, ma a me pare sempre che siamo rimasti ancorati a quei principi, questo probabilmente dipende dal fatto che nemmeno nelle giovanili si gioca un calcio di possesso, non lo si insegna.

    Son d’accordo che far arrivare un po’ di allenatori stranieri sicuramente aiuterebbe a portare idee nuove. Anche perché il mondo va in quella direzione, verso un’apertura globale (l’alta cucina, l’arte, la musica, tutto quello che c’è di qualità nella produzione moderna è, quasi sempre, contaminato, noi siamo i vecchietti che rivogliono la lira :D). Il fatto che la juve abbia tentato di integrare allenatori come Pirlo e Sarri, pur con tutte le critiche che si potevano fare, io l’avevo vista come una nota positiva in tal senso, poi chiaramente le cose son andate diversamente. Mi domando se questi fallimenti non siano un passo indietro per tutto il movimento del calcio italiano. Dovessimo tornare al calcio di allegri, secondo me sarebbe una sconfitta non solo per la dirigenza e per la juventus.

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    1. Intanto ti ringrazio nuovamente per le critiche. Sicuramente si potrebbe fare quello che dici tu, però dovrei fare un altro mestiere, ovvero quello del giornalista sportivo. Perchè richiederebbe un bel tempo fare le ricerche in quel senso. È chiaro che l’approfondimento di cui parli, interesserebbe moltissimo anche me. Il problema è però che io non frequento un settore giovanile professionistico dal 2002. E non ho mai frequentato una squadra estera. Dunque sono d’accordo al 100% con te sulle differenze che si vedono a livello tecnico, atletico ed anche di semplice svezzamento; però mi sarebbe davvero molto difficile scoprirne i motivi senza vivere gli ambienti dall’interno. Posso solo formulare delle ipotesi, prendendo le mie esperienze e cercando di rapportarle ai giorni nostri ed a ciò che vedo e che però è sotto gli occhi di tutti. La tua disamina è interessantissima e meriterebbe davvero un approfondimento serio. Mi trovi concorde su tutte le tue ipotesi. Sulla questione prestanza atletica, c’ero tra fine anni ’90 ed inizio 2000 e posso dirti che ancora si privilegiava la tecnica ma che è vero che si intravvedevano già le avvisaglie di quel che sarebbe successo di lì a poco, con una attenzione eccessiva alla prestanza atletica a discapito delle doti naturali. Quello è stato anche l’inizio della fine del calcio italiano secondo me. Sul fatto di tornare ad Allegri, è chiaro che sarebbe una sconfitta, perchè significherebbe che “Live ahead” sono solo parole e che, nella realtà dei fatti, sanno solo percorrere una strada e non è certo quella del rinnovamento. Un abbraccio e Buona Pasqua e Pasquetta

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