Allegri è un errore

La Juventus ha deciso di affidarsi nuovamente a Massimiliano Allegri per la sua panchina. In queste ore si consuma la scelta formale, con l’esonero di Andrea Pirlo (ben più dolce e sentito di quello freddo e formale riservato a Sarri) e l’annuncio ufficiale del (di) nuovo tecnico: contratto fino al 2025 a 9 milioni netti a stagione. Un investimento importante in termini di tempo e denaro, su cui neppure il primo Allegri aveva potuto contare all’indomani della fuga di Conte nel 2014. Ora non conta ciò che farà in campo la nuova Juve di Allegri, perché mancano circa tre mesi alla prossima gara ufficiale e nessuno ha la sfera di cristallo per guardare nel futuro; Allegri vincerà o perderà, convincerà o deluderà, emozionerà o deprimerà, ma ne parleremo nel percorso. Adesso vanno osservate due cose: il tipo di scelta e il metodo della scelta.

La Juventus ha deciso di affidarsi al suo passato, richiamando un allenatore esonerato due anni fa dopo cinque stagioni, condite da undici trofei e due finali di Champions League disputate. Il significato più evidente di questa mossa è che la Juventus non ha saputo andare oltre Allegri e, contemporaneamente, Allegri non ha saputo andare oltre la Juventus. In due stagioni, due allenatori entrambi deludenti per ragioni diverse, due progetti solo abbozzati e presto abbandonati, due rose assemblate male e, non a caso, due precoci eliminazioni agli ottavi di Champions; dall’altra parte, un anno da esonerato con stipendio residuo e un anno da disoccupato, nonostante l’Allegri del 2018 ebbe a dire “se lascio la Juventus non mi fermo, non mi prenderò un anno sabbatico”. Ed è inutile quanto offensivo ricordare quanti grandi club hanno nel frattempo effettuato un cambio in panchina, senza mai scegliere colui il quale è ora tornato alla corte bianconera. Quanto al metodo, la Juventus ha prima deciso di rischiare con un allenatore contenutistico e poco adattivo (direi “massimalista”) come Sarri, in funzione forse di una progettualità sul medio periodo che avrebbe dovuto portare la squadra ad alzare il livello del suo gioco nel contesto europeo; poi ha deciso di rischiare con un allenatore esordiente, senza alcuna esperienza, con delle idee anche ottime ma mai provate sul campo, per di più in una stagione caratterizzata dai postumi di una pandemia, dal calendario fitto e dall’assenza di precampionato. Dopo due salti nel vuoto, il ritorno ad una qualche concretezza è comprensibile.

Ma Allegri è un errore. Letteralmente ciò che viene definito “errore sistemico”, o anche “anomalia”. Quell’elemento di rottura che si verifica ciclicamente in un processo, talvolta per ragioni chiare e prevedibili, altre volte apparentemente per caso e in maniera preoccupante. O forse (verrebbe da dire) la parentesi senza Allegri ha rappresentato l’anomalia, nel contesto di una società che palesemente e in modo inconfutabile non programma il proprio futuro sulla base di dati oggettivi ma dando prevalenza alle preferenze soggettive, alle sensazioni, ai rapporti personali. Allegri vuol dire che alla Juventus non interessa crescere nella proposta di calcio, alzare il livello nel contesto europeo e mettersi in scia delle altre grandi squadre che si stanno affermando all’estero (ma anche delle meno grandi che stanno ascendendo): alla Juventus interessa vincere e dominare in Italia, che non necessariamente è una cosa meno bella o meno difficile, ma è certamente una dimensione diversa da quella europea. Che vincere gli scudetti non aiuti a sfatare il tabù internazionale che dura da 25 anni, è un dato di fatto, rintracciabile non solo nella storia della Juventus ma in quella di qualunque altro club di calcio. Evidentemente alla società bianconera preme di più apporre il tricolore sulla maglia di anno in anno che tornare sul tetto d’Europa, o anche solo giocarsi le proprie carte con maggiore costanza e migliori risultati. Né si può legittimamente affermare che dopo Allegri la Juve abbia provato a percorrere la via del “bel gioco” (che non esiste) o del calcio europeo e propositivo, fallendo e dovendo quindi tornare indietro sui propri passi: un conto è perseguire un’idea con mezzi e scelte idonei, altra cosa è fare un proclama e poi, nei fatti, commettere una serie di errori che impediscono la realizzazione di quell’idea. La differenza è che nel secondo caso non si può dire che l’idea fosse sbagliata, in quanto non è mai stata veramente messa in atto.

Ora accadrà quel che accadrà, che si vinca o meno lo scudetto, che si vinca o meno la Champions, che si giochi o meno in maniera più europea e in linea con il calcio di oggi: l’errore resta, perché è insito nella scelta fatta, a prescindere dalle conseguenze. È come presentarsi ad una festa in jeans ben sapendo che è richiesto l’abito elegante: se poi a quella festa anche gli altri invitati sono in jeans, l’errore originario resta, a nulla rilevando la fortuna dalla propria parte.

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